Pearl Jam: Trent’anni di Ten in tre canzoni

Di ANDREA INNOCENTI

Una delle chiavi che rendono Ten un album vigoroso e attuale, a distanza di 30 anni esatti dalla sua uscita, è insita nella potenza dei suoi testi. Non dico niente di sorprendente affermando che per scriverli Eddie Vedder abbia attinto alla propria biografia. Ma l’ha fatto in un modo tale che sembrano parlare anche di ognuno di noi, o almeno di una parte di noi.
Ancora oggi. Ten è un contenitore di storie. Ne ho scelte tre.

Di madri, segreti e sguardi

Ero un bambino,
quel mostro che gli adulti fabbricavano con i lor rimpianti
(J.P. Sartre)

Un padre biologico e un altro padre presente; quello che ha sempre considerato il proprio padre è in verità il patrigno. Il padre biologico, che conosce ma di cui non ha mai saputo la vera natura, è morto quando lui aveva 13 anni. Una madre che agisce e confonde acque da cui d’un tratto emerge una scoperta che genera un dolore che pare impossibile da colmare se non riversandolo nel flusso di musica e parole di una canzone.

In un perverso gioco di specchi la madre, nel confessare al figlio il segreto, rivede in lui la copia del defunto marito e di cui è ancora innamorata. E lo seduce, entrando nella stanza e dicendogli “sono pronta per te”.

Oh, she walks slowly
Across a young man’s room
She said “I’m ready for you”
I can’t remember anything to this very day
‘Cept the look, the look
Oh, you know where
Now I can’t see, I just stare

Alive è dunque un urlo alla vita e -contemporaneamente- una maledizione.
“Sono ancora viva!” confessa la madre al figlio. Tuo padre è morto ma io sono ancora qui
“Sei ancora vivo!” sussurra la madre al marito, entrando nel letto del figlio
“Sono ancora vivo!” urla il figlio alla madre, “ma me lo merito?” ora che tu mi hai sfregiato?
“Sei ancora vivo!” dice la madre al figlio, questo è quello che conta alla fine

E’ una “confusione delle lingue tra adulti e bambini” come direbbe Ferenczi, in cui viene riversato un “amore passionale venato di senso di colpa su un essere innocente e immaturo”.

In una celebre intervista su Rolling Stone del 1993, lo stesso Vedder commenta “Sta ancora crescendo. Sta ancora affrontando l’amore, sta ancora affrontando la morte del padre. Tutto quello che sa è che ‘Sono ancora vivo’, queste tre parole, sente tutto il peso.

Ed è un peso che grava in modo insostenibile sulle spalle di un bambino che crolla schiacciato dal sopruso e dalla confusione, alimentando la spirale di violenza che culminerà nella sua carriera di serial killer di prostitute (non casualmente, donne che amano senza amare, come narrato in Once) e nella sua condanna a morte, descritta in Footsteps. Proprio in questo ultimo brano di quella che è nota come triologia Mamasan, il protagonista, chiuso nella cella in attesa del secondino, parla tra sé ricordando intimamente quella scena (“Footsteps in the hall, it was you, you”) e dedicando i suoi ultimi pensieri all’incolpare la madre del declino della propria vita (“Ooh, I did a what I had to do, Oh and if there was a reason, Oh, there wasn’t no reason, no, And if there’s something you’d like to do, Oh just let me continue to blame you”)

In che modo parla di ognuno di noi?

Alive narra di quella parte di noi che non è stata rispettata e protetta e che continua a portarne i segni, forse sul corpo, certamente nella mente. Piccoli o grandi che siano, i nostri traumi infantili ci accompagnano e incidono sul dolore delle nostre vite adulte, in cui ci ritroviamo ad incontrare quel bambino che, dentro di noi, ancora cerca protezione.

 

Di soli giallo limone, morsi e leoni

I bambini vogliono essere ascoltati con gli occhi spalancati
(B. Alemagna)

Di che materia è fatta l’adolescenza? Di confusione e speranza; rabbia e chiusura; novità e tragedia. La sensazione che tutto sia possibile alternata al costante senso di perdita di sé. Rivoluzione allo stato puro, prima di approdare all’età adulta.

Il 16enne Jeremy è tutto questo insieme. Ma non tutte le adolescenze sono uguali. Jeremy è tragicamente solo, e nella sua solitudine sogna una vendetta che lasci un segno sulle vite degli altri (come nel video accade con il suo sangue sulle t-shirt immacolate dei compagni). Disegna se stesso come un malvagio Re che comanda il suo regno, braccia aperte verso il cielo, incombe sui sudditi morti.

At home drawing pictures
Of mountain tops
With him on top
Lemon yellow sun
Arms raised in a V
Dead lay in pools of maroon below

Potrebbe passare invisibile nelle narrazioni di tutti coloro che lo circondano, ma è in questo momento che Jeremy decide di parlare, di fronte a tutti.

Jeremy spoke in class today.

Quello che non è riuscito a fare da vivo, farsi vedere e ascoltare, riesce a farlo nell’atto finale della sua giovane vita, come un leone liberato dalla sua gabbia. E lascia tutti a bocca aperta (“My jaw left hurtin’… ooh, dropped wide open”), incapaci di capire e soprattutto di dimenticare.

Try to forget this, try to erase this

Provateci, se ci riuscite, a dimenticare…

Finalmente Jeremy è quel Re che sognava e disegnava, pienamente e tragicamente in controllo delle sue azioni e della sua vita, nell’istante in cui tutti gli altri possono solo subire inermi.

E’ una canzone sull’abuso, quel tipo di abuso che gli inglesi chiamano neglect, la trascuratezza della cura. Nessuno si prende cura di lui, né i compagni di classe che lo maltrattano e lo scherniscono, né gli insegnanti incapaci di proteggerlo dalla ferocia -negli atti e nelle parole- dei compagni, né tantomeno i genitori, indifferenti, distratti e freddi (perfettamente raccontati nella versione non censurata del video quando il ragazzo cerca di abbracciare due vestiti vuoti)

Daddy didn’t give attention
Oh, to the fact that mommy didn’t care

Daddy didn’t give affection, no
And the boy was something that mommy wouldn’t wear

Jeremy, come un numero immensurabile di altri bambini e ragazzi, è la vittima di una società in cui, per dirla con Alice Miller, esistono ovunque i rimandi al quarto comandamento (“onora tuo padre e tua madre”) , ma da nessuna parte un comandamento che richieda il rispetto di un figlio.
La straziante solitudine e l’inaridimento di chi, nella propria crescita, non ha trovato qualcuno in grado di proporre e sostenere un desiderio, un propulsore che rendesse la vita valevole di essere vissuta. Come il riconoscimento di una passione. Come la musica, ad esempio.

Nel 1993, alla premiazione degli MTV Video Music Awards per il video di Jeremy, Eddie Vedder disse “Se non fosse stato per la musica, penso che io stesso mi sarei sparato di fronte alla mia classe. E’ la cosa che mi ha tenuto vivo, una specie di chiusura del cerchio. Per cui, grazie alla potenza della musica”.

Del resto, come si chiedeva Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo, “cos’è l’uomo senza desideri, senza libertà e senza volontà, se non una puntina nel cilindro di un organetto?”.

In che modo parla di ognuno di noi?

Chi di noi non si immedesima, almeno in parte, in Jeremy? Nelle sue grida silenziose, nella pretesa di ascolto? Questa canzone colpisce con potenza corde profonde perché, pur distanti dall’atto estremo scelto da Jeremy, ognuno può avvertire riecheggiare dentro di sé il dolore di chi si sente trascurato e non visto.

 

Di padri, onde e cavalli a dondolo

Eco di passi nella memoria
nei passaggi dove non c’incamminammo
verso la non spalancata porta sul roseto
(T.S. Eliot)

C’era una volta un figlio che scoprì di aver perso qualcosa di importante senza nemmeno sapere che ci fosse qualcosa da perdere.

Il freddo entra nella stanza e nell’animo di questo figlio smarrito di fronte al disvelamento. Forse compare l’ombra di un pensiero suicida, affacciato al davanzale, cullato dall’ondivago movimento del tempo, l’andare e il ritornare tra il presente e il passato, tra il presente e il futuro.

I see the world, feel the chill
Which way to go, windowsill
I see the words
On a rocking horse of time
I see the birds in the rain

Inizia un dialogo privato col padre assente ma così intimamente immanente: Caro papa, mi vedi? Sono me stesso, in qualche modo simile a te…cavalcherò l’onda fin dove mi porterà… terrò con me il dolore, liberami!

Oh dear dad
Can you see me now
I am myself
Like you somehow
I’ll ride the wave
Where it takes me
I’ll hold the pain
Release me

E infine la svolta di una strofa che sembra uguale alla precedente, ma genera un pensiero di riavvicinamento e catarsi, giocando su “open up” che significa sia aprirsi, sia confidarsi: aspetterò nel buio che tu mi parli, mi aprirò… liberami!

Oh dear dad
Can you see me now
I am myself
Like you somehow
I’ll wait up in the dark
For you to speak to me
I’ll open up
Release me

Ogni rottura è un dolore, ogni abbandono un dramma. Ma essere abbandonati senza aver mai vissuto una reale relazione è lancinante.
E’ la storia di un figlio che vive un rapporto impossibile con il proprio padre in cui tutto sarebbe potuto essere e niente è stato e niente potrà essere mai. E’ il rapporto di un figlio con le fantasie e i desideri, i timori e i terrori che una relazione con il paterno (e non solo con il padre) comporta.

In che modo parla di ognuno di noi?

E’ la nostra storia nel momento in cui abbiamo a che fare con la scoperta di ciò che non abbiamo potuto avere e che rischia di inchiodarci ai rimpianti e al desiderio vietato.

Ma è anche la storia di una speranza, quella di poter uscire da una dolorosa impasse confrontandosi con ciò che è e con ciò che potrà essere, con un dolore che, visto e vissuto nella fredda pioggia della notte, permette di trovare risposta alla domanda quale strada prendere?

https://www.youtube.com/watch?v=6OOlDpyHD-s

ANDREA INNOCENTI

Andrea Innocenti è uno psicologo e psicoterapeuta. Ama il rock, il bbq, il Giappone, i libri di Murakami e Fred Vargas, ma sopratutto i Pearl Jam dei quali non perde un concerto dal 1764.

Vive e lavora a Firenze, dove svolge la propria attività di terapeuta individuale e di gruppo, anche mediante modalità online.
Dirige la Scuola di Psicoterapia Comparata, con sedi a Firenze, Cagliari e Genova.
Fondatore e socio di PsicologiaFirenze.it.

 

Bibliografia

– Alemagna, B. (2008) Che cos’è un bambino? Topipittori, Milano
– Dostoevskij, F. (2021). Le notti bianche-Memorie dal sottosuolo. Crescere Editore, Varese (Ed. originale 1864)
– Eliot, T.S. (2000) Quattro quartetti. Palomar, Bari (Ed. originale 1943)
– Ferenczi S., (1974), Confusione delle lingue tra adulti e bambini, in Ferenczi S., Fondamenti di psicoanalisi, Guaraldi, Rimini, 1974, vol. 3 (Ed. originale 1932)
– Miller, A. (2005), La rivolta del corpo. Raffaello Cortina, Milano
– Sartre, J.P. (2020) Le parole. Il Saggiatore, Milano (Ed. originale 1964)

Sitografia

pearljamonline.it
Five Against the World – Rolling Stone 28/10/1993
Traduzione italiana su pearljamonline.it 

Videografia

pearljamonline.it
Alive
Jeremy (uncensored)
Release
Premiazione MTV VMA 1993

Testi delle canzoni

pearljamonline.it