Live Report: PJ20 Destination Weekend 2011

Venti anni di Pearl Jam non ci fa sentire vecchi. Per noi è come una rinascita, un nuovo inizio” così ha detto Ed Vedder, a metà del secondo show della sua band ad Alpine Valley, suggestivo quanto sperduto angolo verde del Wisconsin, dove i Pearl Jam hanno scelto di celebrare la propria ventennale carriera con un doppio show nel corso di un evento lungo un weekend che ha regalato ai fans arrivati da tutto il mondo set pieni di rarità, apparizioni speciali e la consapevolezza di vedere una band al massimo del suo splendore, circondata da amici e colleghi che hanno contribuito collettivamente alla riuscita dell’evento.

Kelly Curtis, il manager della band, aveva inziato a pensare a questo festival-evento dieci anni fa, durante una serata alcolica a Las Vegas. Superato lo scetticismo iniziale della band, poco propensa a eccessi autocelebrativi, Curtis è riuscito a coinvolgere gruppi di grande spessore come Strokes, Queens Of The Stone Age e gli altri grandi veterani di Seattle, i Mudhoney, legati indissolubilmente a doppio filo ai Pearl Jam nella ramificata genealogia musicale di Seattle risalente ai primi Anni Ottanta (fu dalle ceneri dei Green River che nacquero i Mudhoney, Mother Love Bone e in seguito gli stessi Pearl Jam). Artisti meno conosciuti come Star Anna, David Garza, Jason Lytle dei Grandaddy e Young Evils hanno trovato spazio accanto a grandi performers come Glen Hansard, Joseph Arthur, John Doe e altri, che si sono alternati entrambe le giornate in uno speciale second stage creato appositamente per loro (mentre Mudhoney, Strokes e QOTSA hanno avuto l’onore di calcare il palco principale). All’interno della zona espositiva collegata alla venue è stato persino allestito un Pearl Jam Museum dedicato alla memorabilia, dove i fans estasiati hanno potuto ammirare, tra le varie cose, la cassetta originale “Mamasan”, accanto ai poster delle varie ‘epoche’ e cimeli personali donati dai membri della band, tra cui facevano bella mostra t-shirts, abiti e quaderni di Vedder e gli eccentrici cappelli di Jeff Ament. Per avere un’immagine realistica della reale devozione che contraddistingue i fans della band, basti sapere che la durata media della coda per entrare al museo si aggirava sulle due ore.

Già nel corso del pomeriggio della prima giornata, sotto una pioggia battente, si è capito che non si trattava di un ‘normale’ festival quando Mike McCready è salito sul palco per un paio di pezzi durante il set di Star Anna, giovane promessa di Seattle. Durante il successivo set di Joseph Arthur è stato il turno di Jeff Ament, Matt Cameron e Mike McCready, che sono saliti sul palco per suonare il nuovo singolo dello stesso Ament, When The Fire Comes, e una cover di Arthur, la bellissima In The Sun. Ovviamente Vedder non è stato da meno e si è unito agli Strokes sul main stage per cantare la loro Juicebox. “Cazzo, la canta meglio di me!” ha dovuto ammettere un divertito Julian Casablancas, che non ha mancato di dichiarare la sua devozione per i Pearl Jam: “Sono stati la prima band di cui ho suonato e cantato tutte le canzoni. E Lui ha la miglior voce che io abbia mai sentito”.

Alle 21.30 di Sabato è arrivato il momento più atteso: sulle note dell’ormai familiare intro di Philip Glass sono comparsi i Pearl Jam, che hanno dato vita ad un set forse non del tutto compatto ma a dir poco originale, aperto da un’intensissima versione di Release. Vedder, la sera seguente, ha scherzato sul fatto che avrebbero potuto suonare qualunque canzone e il pubblico l’avrebbe riconsciuta all’istante. E così è stato. Per la gioia dei fans, sono state proposte in rapida successione varie ‘perle’ come Who You Are (con Glen Hansard e Liam Finn ai cori), In My Tree, Deep, Help Help, Education (con Liam Finn) e Push Me Pull Me.

Si è anche assistito alla premiere assoluta della versione full band di Setting Forth, tratta da Into The Wild di Ed Vedder, e di In The Moolinght con la partecipazione di Josh Homme. Durante Not For You è stato il turno di Julian Casablancas che ha duettato con Vedder.

A seguire sono state proposte due canzoni presenti nella colonna sonora di Singles, State Of Love And Trust (con il figlio di George Harrison alla chitarra) e Breath. Il rischio di un evento del genere era l’eccesso di auto-celebrazione, ma la modestia, l’umiltà e la gratitudine dimostrati dalla band in ogni singolo momento di questo lungo weekend ha dissipato ogni dubbio. Vedder, d’altronde, ha voluto mettere le cose in chiaro da subito: “Benvenuti al PJ20! E benvenuti al 14° dei Queens of the Stone Age, al 10° degli Strokes, al 14° Liam Finn, al 23° dei Mudhoney… e poi c’è un tizio che ha cominciato nel 1977 in una band che si chiamava X… la torta è sua, Mr John Doe, benvenuti al 34° di John Doe!”

“Quando sei un ragazzo, è difficile da immaginare, pensi che la musica sia la cosa più potente dell’universo, ma gli adulti che ti circondano sono pragmatici e ti dicono che non potrai mai avere successo in una band. Trovati un bel lavoro da muratore. Noi non li abbiamo ascoltati. Voglio ringraziare il ragazzo che ero ai tempi per aver creduto nella sua passione” ha commentato Vedder dopo un’epica versione di Better Man. Ha poi proseguito ringraziando Boom, il tastierista ormai membro effettivo della band, per essere stato presente ad ogni show della band negli ultimi dieci anni. Durante il primo encore, dopo una tiratissima versione di Reaviewmirror, un Vedder visibilmente emozionato ha presentato Chris Cornell, il cantante dei Soundgarden. La band ha quindi eseguito, per la prima volta nella sua carriera, Stardog Champion, cover dei Mother Love Bone, la band nella quale hanno militato Ament e Gossard prima di formare i Pearl Jam, capitanata dal defunto leader Andy Wood, grande amico dello stesso Cornell.

In un toccante omaggio all’amico scomparso, Chris ha proposto insieme ai Pearl Jam un’intensa versione di Say Hello 2 Heaven (mai suonata dal vivo insieme a Gossard e company), seguita da Reach Down (impreziosita da un incredibile trio di coristi: Vedder, Hansard e Finn) e da Hunger Strike, l’anthem dei Temple of The Dog, che ha sicuramente fatto scendere più di una lacrima ai presenti.

Lo show della prima serata si è concluso con una versione al cardiopalma di Kick Out The Jams degli MC5 suonata insieme ai Mudhoney.

La seconda giornata si è aperta nuovamente con vari pop-up di Mike McCready, Matt Cameron e Jeff Ament nei set di Star Anna e di Joseph Arthur. Durante il set di Liam Finn, che il giorno prima aveva tributato i Pearl Jam con un’originale quanto bizzarra cover di Habit, il cantante dei Pearl Jam è salito sul palco per suonare la batteria e cantare il pezzo che il giorno prima il giovane Finn aveva eseguito in solitaria. Poco dopo, nuova incursione di Vedder durante lo splendido set di Glen Hansard per un emozionante duetto su Falling Slowly. Con un cielo pieno di nuvole in movimento e con il sole che finalmente splendeva nel magico scenario dell’Alpine Valley Music Theatre, la sensazione era di assistere a qualcosa di unico.

Continuando con questo gioco di contaminazioni e tributi musicali reciproci che tanto piace ai membri dei Pearl Jam, Vedder è salito on stage anche durante il set di John Doe per cantare The Golden State e per parlare della liberazione dei West Memphis Three dopo 18 anni di carcere. Non solo, durante il set dei Queens Of The Stone Age Vedder ha suonato il cowbell e fatto i cori su Little Sister, mentre durante il concerto degli Strokes ha nuovamente duettato con Casablancas su Juicebox.

Ovviamente l’attesa era tutta per i Pearl Jam, che nel corso del pomeriggio avevano deciso di anticipare di mezz’ora l’inizio del loro show in quanto, come riportava un comunicato stampa, “per la band l’unico rammarico della sera precedente è di non di aver potuto suonare per più tempo”. Wash ha dato il via ad uno di quegli shows che sono già entrati a far parte della storia della band. Given To Fly (dedicata a Dennis Rodman, presente in platea) ha emozionato tutti, così come una riuscitissima versione di Daughter con in coda la cover dei Dead Moon, It’ Ok.

Durante Love Boat Captain, Vedder ha ricordato commosso le recenti tragedie dell’Indiana State Fair e del Pukkelpop in Belgio, lasciando intendere quanto il ricordo di Roskilde sia ancora una ferita dolorosamente viva nei loro cuori. Se la prima serata, così piena di chicche e rarità, è stato principalmente uno show per i die-hard fans della band, questo secondo concerto ha fatto capire meglio ai presenti perchè i Pearl Jam vengono considerati, a distanza di vent’anni dalla pubblicazione di Ten, una delle rock bands più importanti di questi ultimi due decenni. Anche la seconda serata ha regalato pezzi raramente suonati negli ultimi anni come Habit (con Liam Finn), Leatherman, una carichissima versione di Satan’s Bed, Red Mosquito (sulla quale ha cantato un superlativo Casablancas) e The New World (cover degli X con John Doe) intervallati da pezzi di sicuro impatto emotivo come Unthought Known (dedicata al “settimo” membro della band, il producer Brendan O’Brien), Small Town, Black e Jeremy, che ha concluso il main set.

Nel primo encore, Vedder, armato di sola chitarra acustica, è salito sul palco per proporre una nuova ballata scritta il pomeriggo stesso e che ha riassunto lo spirito dell’intero evento, “Couldn’t have told me back then that it would someday be allowed to be so in love with life, as deeply as we are now, never thought we would, never thought we could, so glad we made it, I’m so glad we made it, I’m so glad we made it to when it all got good.” In certi momenti sembrava quasi di vedere quei vecchi video del tour di The River di Bruce Springsteen, quando il Boss saliva sul palco per suonare un paio di pezzi in acustico. Lo spirito e le intenzioni sono sicuramente quelle.

A seguire, un paio delle migliori ballate dei Pearl Jam, Just Breathe e Nothingman, quindi un simpatico siparietto tra Vedder e Gossard ha introdotto No Way, composta dallo stesso Gossard, il quale voleva con molto modestia saltare la sua canzone per lasciare spazio alla cover di Public Image dei PIL, mentre Vedder insisteva per il contrario. La scelta è stata lasciata al pubblico, con risultato scontato: sono state suonate entrambe . Smile, cantata insieme a Glen Hansard, e Spin The Black Circle, dedicata ai gestori di piccoli negozi di musica che stanno purtroppo chiudendo in questi anni, hanno chiuso il primo set. Vedder ha ringraziato Jeff e Stone per la loro amicizia che dura da 25 anni. Un grande momento: Jeff Ament ha anche mandato un bacio “al volo” a Gossard.

Dopo due ore e mezza di musica tutti i presenti pensavano ad un altro paio di canzoni prima della conclusione dello show e invece… “E’ un onore per me fare gli auguri a questa band, tenere insieme una band per vent’anni non è facile, quindi facciamo un po’ di casino per questi magnifici vent’anni” ha detto Chris Cornell prima di dare vita alla seconda reunion di questo festival dei Temple Of The Dog sull note di Hunger Strike e di memorabili versioni di Call Me A Dog e All Night Thing, che non venivano eseguite live da oltre vent’anni.

“Siccome ieri sera non ricordavo alcune parole è meglio che la riproviamo ora” ha detto Cornell prima di buttarsi in un’ incredibile versione di Reach Down con Mike McCready a farla da padrone. Una tostissima versione di Sonic Reducer, cover dei Dead Boys, ha visto la partecipazione di Steve Turner e Mark Arm dei Mudhoney come ai vecchi tempi (questa cover è stata spesso eseguita dalla due bands nel tour di Vs. del 1993). Vedder ha quindi ringraziato Matt Cameron, riconoscendogli il grande merito di aver tenuto in piedi la band negli ultimi dieci anni e ha ricordato anche Neil Young, che li ha presi sotto la sua ala protettrice tanti anni fa. I ringraziamenti finali sono stati tutti per la ‘grande famiglia’ dei Pearl Jam, tecnici e roadies che da anni li accompagnano fedelmente, e per le grandi donne presenti nel backstage, mogli e compagne. Per concludere questa celebrazione non potevano certo mancare Alive, il loro anthem più conosciuto, Rockin’ In The Free World di Neil Young suonata con tutti i musicisti presenti all’evento e una Yellow Ledbetter con protagonista assoluto Mike McCready, che ha deliziato tutti eseguendo The Star-Spangled Banner sull’outro del pezzo.

Non c’era davvero modo migliore per celebrare i vent’anni dei Pearl Jam. In questi due shows la band ha fatto capire quanto la loro musica abbia avuto un impatto incommensurabile sui fans, sulle bands da loro invitate (vedere Casablancas che si divertiva come un bambino a cantare le canzoni della sua band preferita è stato grandioso) e, in generale, sulla musica rock delle ultime due decadi. Vedere Vedder e Cornell cantare insieme i pezzi dei Temple Of The Dog è stata forse l’emozione più forte.

E così come Kelly Curtis aveva iniziato a pensare a questo evento durante una nottata alcolica di dieci anni fa, i Pearl Jam sono stati in grado di ubriacarci della loro musica per un intero week end dove tutto è stato perfetto, in ogni minimo particolare. Ma, come ha detto anche Eddie Vedder, questo è solo l’inizio.

 

 

03.09.2011 Alpine Valley Music Theatre, East Troy, Wisconsin

Supporter: The Strokes, Queens Of The Stone Age, Mudhoney, John Doe, Liam Finn, Glen Hansard, Joseph Arthur, David Garza, Star Anna, Jason Lytle, Thenewno2, The Young Evils

Soundcheck (02/09): In My Tree, Just Breathe, Leatherman, All Those Yesterdays, Help, Help, Love Boat Captain, It’s Ok (Dead Moon), Love Reign O’er Me (The Who), Unthought Known
Temple Of The Dog Soundcheck (02/09): Say Hello To Heaven(Temple Of The Dog)

Star Anna’s Setlist (solo le canzoni con Mike McCready): Alone In This Together, Wolves In Disguise
Josep Arthur’s Setlist (solo le canzoni con Jeff Ament, Mike McCready e Matt Cameron): When The Fire Comes, In The Sun (Joseph Arthur)
The Strokes’s Setlist (solo le canzoni con Ed Vedder): Juicebox (The Strokes)

Setlist: Release, Arms Aloft (Joe Strummer & The Mescaleros), Do The Evolution, Got Some, In My Tree, Faithfull, Who You Are (w/ Joseph Arthur, Liam Finn, Glen Hansard on background vocs and Dan Peterson on percussion), Push Me, Pull Me, Setting Forth, Not For You (w/ Julian Casablancas), In The Moonlight (w/ Josh Homme), Deep, Help Help, Breath, Education (w/ Liam Finn), Once, State Of Love And Trust (w/ Dhani Harrison), Betterman/Save It For Later (The English Beat), Wasted Reprise, Life Wasted

Encore: Rearviewmirror, Stardog Champion (Mother Love Bone, w/ Chris Cornell on lead vocals, Eddie Vedder & Glen Hansard sing background vocals), Say Hello 2 Heaven(Temple Of The Dog, w/ Chris Cornell on lead vocals, Eddie Vedder & Glen Hansard sing background vocals), Reach Down (Temple Of The Dog, w/ Chris Cornell on lead vocals, Eddie Vedder, Liam Finn & Glen Hansard sing background vocals), Hunger Strike (Temple Of The Dog, w/ Chris Cornell), Love Reign O’er Me (The Who), Porch

Encore 2: Kick Out The Jams (MC5, w/ Mudhoney)

 

 

04.09.2011 Alpine Valley Music Theatre, East Troy, Wisconsin

Supporter: The Strokes, Queens Of The Stone Age, Mudhoney, John Doe, Liam Finn, Glen Hansard, Joseph Arthur, David Garza, Star Anna, Jason Lytle, Thenewno2, The Young Evils

Star Anna’s Setlist (solo le canzoni con Mike McCready): Alone In This Together, Wolves In Disguise
Josep Arthur’s Setlist (solo le canzoni con Jeff Ament, Mike McCready e Matt Cameron): When The Fire Comes, In The Sun (Joseph Arthur)
Liam Finn’s Setlist (solo le canzoni con Ed Vedder): Improv / Habit (Pearl Jam)
Glen Hansard’s Setlist (solo le canzoni con Ed Vedder): Falling Slowly (Glen Hansard)
John Doe’s Setlist (solo le canzoni con Ed Vedder): The Golden State (John Doe)
Queens Of The Stone Age’s Setlist (solo le canzoni con Ed Vedder): Little Sister (Queens Of The Stone Age)
The Strokes’s Setlist (solo le canzoni con Ed Vedder): Juicebox (The Strokes)

Setlist: Wash, The Fixer, Severed Hand, All Night (w/ Joseph Arthur, Liam Finn, Glen Hansard and David Garza on background vocs), Given To Fly, Pilate, Love Boat Captain, Habit (w/ Liam Finn), Evenflow, Daughter/It’s OK (Dead Moon), Leatherman, Red Mosquito (w/ Julian Casablancas), Satan’s Bed, Elderly Woman Behind The Counter A Small Town (w/ Dhani Harrison), Unthought Known, New World (X, w/ John Doe), Black, Jeremy

Encore: Eddie improv/new song (performed solo by Ed on acoustic guitar), Just Breathe, Nothingman, No Way, Public Image (Public Image Limited), Smile (w/ Glen Hansard), Spin The Black Circle

Encore 2: Hunger Strike (Temple Of The Dog, w/ Chris Cornell), Call Me A Dog (Temple Of The Dog, w/ Chris Cornell), All Night Thing (Temple Of The Dog, w/ Chris Cornell), Reach Down (Temple Of The Dog, w/ Chris Cornell on lead vocals, Eddie Vedder, Liam Finn & Glen Hansard sing background vocals), Sonic Reducer (Dead Boys, w/ Mudhoney)

Ecnore 3: Alive, Rockin’ In The Free World (Neil Young, w/ lots of guests, friends and family), Yellow Ledbetter/Star Spangled Banner

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