Pearl Jam – Roma ’18: Happiness Is Only Real When Shared

Foto di Henry Ruggeri

Di Andrea Riscossa
Foto di Henry Ruggeri e Andrea Rosate
Video di Domenico Carcangiu e Luca Villa

Ci sono concerti che ricordo perché l’esserci stato mi ha reso testimone. Altri perché ho scoperto o riscoperto un amore. Alcuni concerti sono stati folgoranti, altri unici, alcuni hanno scandito un momento, come una finale mondiale: mi ricordo con chi ero, il giorno, la setlist.
Alcuni sono stati una riga in più in un elenco, altri l’elenco lo hanno iniziato.
E poi ci sono quelli che sono tutto questo, sono eventi che ti rimangono sottopelle per giorni, mesi, se sei fortunato, anni.
Non serve che stili un elenco da tossico di musica o una classifica basata chissà poi su che quali basi. So che Roma mi ha elevato. Ma elevato davvero, come se anche alcune parole, inusuali e aliene, abbiano improvvisamente preso un senso nuovo. Come quando capisci di avere davanti un grande amico o la donna giusta: parli in modo diverso, pensi in modo diverso, senti che, sottopelle, hai preso qualcosa di bello e di grande e lo stai facendo tuo.

C’è una vibrazione che mi insegue da una settimana. E’ come l’inizio di una Release in loop, un mantra condiviso. Non so se vi interesserà proseguire in questo racconto confuso, ma ho voglia di raccontarlo, fare il punto. Perché il concerto di Roma è stato tante cose.

E’ stato un salto nel passato, ma è stato anche un viaggio lucido e consapevole. Più o meno.
sono entrato nel pit alle cinque. Otto metri dalla transenna. Quarant’anni ormai e ginocchia che ne hanno viste. Ma mi son fermato lì. Sapevo di avere un’occasione.
Quando l’arpeggio di Release ed Eddie hanno evocato lo spirito dell’Olimpico mi sono commosso. Una nota sola, perfetta, bassa, potente, mi ha trapassato il collo, sfiorato le tempie e ha centrato Vedder. Gli è uscito un sorriso, ero vicino, giuro. Ha accordato lo stadio. E allora via, che ce n’è.

Foto di Andrea Rosate scattata a Roma il 27 giugno 2018

Sono (meglio, siamo, a onor di cronaca mi accompagna un amico di vita e concerti) in mezzo ad americani che vigilano sulla folla con fare paterno. Sono come vedette, grosse e larghe e mi torneranno utili in mezzo alla bolgia che si scatena attorno a me, anche se, il latinopit alla fine farà muovere anche loro e mi ritroverò un loro esemplare femmina praticamente in spalle. Educata e leggera, comunque.
La setlist è una scatola di cioccolatini. E io sono sempre più un Forrest in preda a una specie di sindrome di Stendhal davanti a un McCready statuario e divino. No, davvero, durante uno dei mille assoli ho avuto vertigini. E no, non era il caldo e no, non era il peso  dell’americana. Era che me ne sono andato altrove, seguendo note con aria sognante.
E chiudo: adoro i pit. Adoro quell’onda sonora che sale da dietro e ti investe. Adoro quella responsabilità da prime linee, quel bisogno di condividere col primo sconosciuto tutto il concerto. E’ empatia in movimento, è condivisione (dai che Krakauer lo abbiamo tirato dentro, “happiness [is] only real when shared”).

Un anno fa giuravo sugli dei di Seattle di aver assistito a un concerto definitivo e perfetto: Vedder a Firenze aveva fatto qualcosa di raro. Aveva suonato e cantato per cinque. Era un concerto dei Pearl Jam senza la band. Davanti a un pubblico degno di uno stadio, perso a guardar stelle cadenti e con la memoria a Chris.
Ecco, cos’altro è stato il concerto di Roma: è stato il ritrovo di una band di musicisti fuori scala, è stato riabbracciare un’alchimia che avevo dimenticato e che però, diciamolo, potente così non l’avevo mai vista. E’ un tributo a Loro, è un piacere stare insieme. E allora si scherza, ci si (auto)tributa e si gioca. Ecco Jeff Ament con Pilate, il momento delirante di Black Diamond (oh, i Kiss!), Mankind  con Gossard.
I pezzi che fanno tremare lo stadio non mancano, l’Olimpico c’è, il pit sbuffa, salta, canta, tiene il tempo, è motore ma tutta la macchina gira bene. E sul palco sembrano accorgersene, non riesco a levarmi questa idea. Tant’è che la band si concede un numero considerevole di cover, quasi si possa fare tutto, la sera, a Roma.
Comfortably Numb è metafisica. In un clima metafisico. Ce ne siamo andati tutti a mezzo metro da terra, galleggiando seguendo a bocca aperta un assolo infinito.  La Musica, era la Musica. Io, in tanti anni e tanti concerti, non li ho mai sentiti così. Densi, lunghi, tecnicamente fuori scala, precisi e muscolari. Un Mike McCready a far delle note ciò che voleva, quanto voleva, quando voleva. Mi piacerebbe avere una statistica sul numero di assoli e sulla durata. Due frontman ieri sera sul palco: uno con la chitarra,  chiuso in cattedrali sonore capaci di rapirti e portarti altrove e l’altro, Eddie, maschera greca di tragedia e commedia, a dirigere emozioni.
Tante cose questo concerto.

Un pit, fatto di botte, mani, voci, sudore. La musica, che evoca, che rievoca, che fa male e che salva. Una setlist di 36 canzoni, che sono state pezzi di vita, che continuano a esserlo, che si piegano e adattano agli anni e prendono nuovi gusti, distanze e pesi.

Non so, onestamente, se gli anni sulle spalle, da cui, intanto, è scesa l’americana, hanno reso questo vecchio cuore più fragile o più consapevole. So che ultimamente la musica mi serve sempre più, perché la capisco sempre più. Ed è una quotidiana, meravigliosa, scoperta.

Andrea Riscossa