Eddie Vedder in Italia | La Storia (triste) della vita e morte di un piccolo dubbio. Ovvero Storia di due canzoni e due live

Il personale ricordo di Andrea Riscossa dei concerti di Eddie Vedder a Firenze e Barolo, con le foto di Sebastiano Bongi

Di Andrea Riscossa
Foto di Sebastiano Bongi

E così mi sono ritrovato nel pit.
Il primo momento di lucidità, il primo pensiero ripulito dal legame viscerale che mi lega all’uomo noto come Eddie Vedder è arrivato poco prima che Glen Hansard salisse sul palco.

Perché è stata una lunga apnea. Quando annunciarono il concerto a Wembley iniziai a sperare. Poi, con l’uscita delle date, si risvegliò la cellula dormiente di quarantenni, sottoprodotto culturale degli anni ’90, di cui faccio parte. Biglietti presi. Inizio lunga attesa. Poi treno, hotel, pit.

E mai, fino a quel momento nel prato, mi sono chiesto se fosse cosa saggia tornare a Firenze, dopo che nel 2017 accadde quello che accade.
Non fu un concerto perfetto, ma fu un concerto indimenticabile, fatto di unione e condivisione, come quella Black corale, fatto di magia, capace di tirar giù le stelle. Fu un concerto così denso e intenso che fece saltare il mio tappo emozionale. Il giorno successivo riiniziai a scrivere dopo una lunghissima pausa, e il pezzo finiva più o meno così, descrivendo Rockin’ in the Free World:

[…] Dalla polvere sale fino al maxischermo l’immagine di due bambini che gridano le parole del testo a squarciagola. Ecco, le mie guance si aprono in un sorriso credo orribile perché fuori controllo, ma vero, genuino e con pochi, deboli filtri.
Come Eddie stasera.

E qui si insinua il dubbio, traditore, piccolo tarlo infedele. Sa lavorare di fino, il subdolo, e finisco col chiedermi cosa mai potrà fare, il buon Eddie, anche solo per eguagliare quanto visto due anni prima.
Mi rendo conto che è un pensiero orribilmente “springsteeniano”, o quantomeno legato ai live di Bruce, una perniciosa sindrome che assale qualunque fan prima di un concerto del Nostro a San Siro. Come farà a fare meglio dell’85? E poi tanto, ogni volta, è magia.

Così Eddie il mio maledetto tarlo lo fa vibrare per tre minuti e mezzo, fino a farlo esplodere in una commozione mista tra vergogna, fanciullesca felicità e inspiegabile sensazione di pace.
Esce sul palco, lo attraversa velocemente, quasi timido, si siede all’organo dandoci le spalle.
Sembra avere un’urgenza che, dopo il primo accordo, si palesa.
Gli antichi la chiamavano epiclesi, è l’invocazione alla Musa, perché ispiri il poeta e lo guidi nell’opera. E’ lo stesso effetto dato dalla prima nota, il primo richiamo di Release quando sono in cinque: risveglia il suo popolo, desta gli spiriti, prepara al Bello.
La canzone rimane senza titolo per ore su setlist.fm, viene confusa con una cover di Springsteen, semplicemente perché eseguita poche, pochissime, volte.
E’ una preghiera laica, la voce e l’organo si fondono, giocano coi bassi, Eddie in tre minuti espone l’intero ventaglio di meraviglia vocale compresso nella sua voce.
Il maledetto tarlo è esploso, urtato, spostato, cancellato. Io sono spiazzato, he hit me with a surprise left, e mi ha lasciato lì, in un prato, con gli occhi gonfi.

A Eddie Vedder devo un sentimento di profonda riconoscenza. Non è da tutti salire su un palco davanti a migliaia di persone e lasciarsi andare, mediando attraverso la musica fino alla catarsi collettiva, fatta di morti, di sudore, di vino, di ricordi, di vita, di vino, di Bellezza, di vino.
La sua risata sincera, quando il pubblico inizia il coro su Elderly Woman, è il sigillo che certifica l’avvenuta connessione: ci ha portati nella sua dimensione, un altroquando vedderiano, e si è accertato che fossimo presenti e recettivi.
E da lì è cronaca. Una Indifference da viaggio, la versione elegante di Black, Porch da brividi.
Però io sono fermo ai primi tre minuti, allo stupore per ciò che ha fatto, come un fuoriclasse che esegue un gesto così bello e naturale da ricordarti, semplicemente, che non serve poi molto per meravigliarsi ancora.

Sarà attitudine personale da umanista, sarà un’insospettabile passione filologica, ma più passa il tempo e più pongo attenzione ai testi. Firenze in questo senso è una stupenda antologia del Vedder-pensiero, ma a Barolo Eddie ci regala trenta canzoni che sono una tracklist di un viaggio lungo una vita, è una cassetta, pesante, da novanta minuti, con dentro canzoni-icona, con significati profondi e che sono tappe di un lungo cammino.
Ecco, un lungo cammino. A metà concerto arriva un secondo sinistro sulla mandibola. Long Road eseguita con il supporto degli archi del Red Limo String Quartet è la prova che le canzoni sono come organismi viventi, in lenta e costante evoluzione, se trattate da mani sapienti. Gli archi elevano il testo e la musica, il tutto trascende. Io trascendo, caracollo. Barolo galleggia sulle Langhe, come da poster, manifesto, letteralmente, programmatico. Intanto cresce di volume Long Road, e di nuovo mi basta una canzone per depositare un fiore sulla tomba dell’amico tarlo e giurare, di nuovo, eterna fedeltà a un uomo che da quasi trent’anni cammina davanti a me, illuminando pezzi della mia strada, cantando parti di vita e mettendo in musica i ricordi.
Notaio, scriva pure: al mio funerale ora sa quale versione di questa canzone desidero.

Chiudo e ringrazio. Tre anni di fila con Eddie sono una benedizione, una medicina per lo spirito. Sono una molla a non far più cadere questa penna, che da bravo analog, anticipa il freddo ticchettio dei tasti.

Ci si vede nel pit, bella gente.

Andrea Riscossa