Il celebre e “infame” articolo di Rolling Stone contro Eddie Vedder

Eddie Vedder: Who Are You?

Come il cantante dei Pearl Jam si è reinventato come la voce di una generazione alienata

Rolling Stone | 28 Novembre 1996

By John Colapinto with Eric Boehlert and Matt Hendrickson
Traduzione a cura di Angpo

Dai primi tempi come popolare attore alle superiori fino ai suoi anni come quello coi migliori contatti nella scena musicale di San Diego, Eddie Vedder dei Pearl Jam si è reinventato come la voce di una generazione alienata. Un’inchiesta speciale di Rolling Stone.

“Benvenuti al party per l’uscita dell’album dei R.E.M.”, dice un compassato Eddie Vedder dal palco dello Showbox di Seattle. “E al tour di reunion dei Pearl Jam”. È il 14 settembre 1996 e i Pearl Jam si stanno preparando a lanciare il tour mondiale per il loro nuovo album, No Code. Questo concerto di riscaldamento dovrebbe essere l’ideale per Vedder. Avendo a lungo espresso disprezzo per la sua fama da super rockstar, affronta un pubblico di sole ottocento persone nella sua città adottiva, un pubblico da cui sono stati banditi giornalisti, PR di basso livello, fotografi e altri servi dell’industria.
È una folla di fedeli scelta accuratamente, che hanno atteso a lungo questo momento. Tranne che per le rare date del loro tour abortito nel ’95, i Pearl Jam non sono stati in tour da più di due anni. La scena è stata preparata per il loro leggendario show, il trionfale ritorno del gruppo. Non lo immaginereste mai dallo sguardo torvo di Vedder. “Avete sentito il nuovo disco?” chiede con la sua voce baritonale. Gli applausi sono scarsi. “Beh,” mormora Vedder, “state per risentirlo.” I Pearl Jam partono con “Sometimes”, la fragile ballata che apre No Code. “Cerco il mio ruolo,” canta Eddie, facendo uscire le parole in un doloroso rantolo, “mi consacro, nel mio piccolo, come un libro tra i tanti sullo scaffale.”

La partenza in sordina sembra confondere il pubblico di ventenni devoti, che si aspettano qualcosa dalla teatralità di Vedder. Ma i fan oggi sono sfortunati. Anche quando il gruppo comincia “Hail, Hail” – la canzone che in No Code si avvicina di più ai classici inni da stadio dei Pearl Jam – sembrano essere determinati a ostacolare i momenti coinvolgenti della canzone. Il bassista Jeff Ament, famoso per i suoi salti volanti, rimane ancorato al suo posto sul palco. Il chitarrista Mike McCready prova alcune pose, ma quando i suoi compagni non rispondono, anche lui affonda in un accigliato torpore. Stone Gossard, che non si è preoccupato di togliersi gli occhiali per questo concerto, lavora con la sua chitarra con la stessa passione di qualcuno che sta scavando una buca. E il batterista Jack Irons tiene un ritmo stabile, anche se sottotono.
Poi c’è Vedder. Arroccato al microfono, sforna le canzoni con una noncuranza che sconfina nel disprezzo. “Questa è la parte dello show che chiamiamo il jukebox umano,” annuncia prima che i Pearl Jam si gettino nei pezzi infiammafolla di Ten, Vs e Vitalogy. Le versioni di Even Flow, Alive e Whipping sembrano il greve lavoro di una cover band e Vedder sembra saperlo. “Beh,” dice prima di lasciare il palco, “valeva quasi la pena di uscire di casa per questo.”


Ultimamente sembra che Vedder cerchi sempre di più delle scuse per non uscire di casa. Mentre gli altri quattro membri dei Pearl Jam sono regolarmente avvistati nei ristoranti e nei locali di Seattle, gli avvistamenti di Vedder sono pochi e distanziati nel tempo. E non solo nelle strade di Seattle. Evitando le interviste, rifiutando di fare video e facendo tour monchi per via di una guerra senza possibilità di vittoria contro Ticketmaster, ora tiene un basso profilo in città, vivendo nella sua grande casa a West Seattle, in un’enclave di case della classe medio-alta su un pendio contornato da alberi che si affaccia sul Puget Sound.
La casa è controllata da due guardie del corpo che ispezionano persino il ragazzo della pizza che ogni settimana gli porta una pizza piccola con salsiccia e peperoni. Spaventato dalle minacce di morte, inseguito dai fan che hanno scoperto l’altra sua residenza in città (nel quartiere del municipio), il cantante si è circondato di una manciata di rockstar che non sono disposte a parlare di lui ai giornalisti, nemmeno in forma confidenziale. Nelle rare occasioni in cui Vedder parla ai reporter, usa quest’opportunità solo per lamentarsi senza sosta del peso della fama e del successo.

Pubblicamente i Pearl Jam si sono sempre descritti come una democrazia in cui tutti e cinque i membri sono d’accordo sulle decisioni da prendere. Ma una fonte vicina al gruppo dice che Vedder è il leader indiscusso e che, mentre nel campo artistico tutti e cinque contribuiscono, il cantante stabilisce le crociate della band contro l’industria del rock.
“Gli altri membri del gruppo guardano a lui per le decisioni,” conferma una fonte confidenziale nell’etichetta della band, la Epic. “Tutti danno degli input, ma è Eddie che indica la strada.” Un’altra fonte conferma questa impressione in modo ancora più deciso, chiamando Eddie un maniaco del controllo, attorno al quale il personale dei Pearl Jam “cammina come sulle uova”. È una dinamica intergruppo che deriva non solo dallo status speciale di Eddie come una delle figure più carismatiche del rock, ma anche dal temperamento degli altri membri del gruppo.

Musicisti non pretenziosi, felici del loro successo dopo anni di lavoro nell’oscurità pre-Pearl Jam, i compagni di Vedder sono tipi affabili, non certo disposti ad agitare la barca con sopra il loro fragile cantante. Jeff Ament, figlio di un barbiere cresciuto in una piccola città del Montana, vive ancora nello stesso appartamento a Seattle dove viveva prima dell’esplosione del gruppo. Stone Gossard, nativo di Seattle e figlio di un avvocato locale, ha fondato una piccola etichetta discografica, la Loosegroove, che sua sorella Shelly aiuta a gestire. Mick McCready, un ragazzo del luogo che ha cominciato a suonare in gruppi fin dalle medie, è stato quello più vicino a cader vittima dei pericoli del mondo del rock. È stato ricoverato in una clinica di Minneapolis per problemi di alcolismo nel ’94, ma secondo tutti ora è pulito e sobrio. È anche comproprietario di un popolare sala da biliardo a Seattle, il Garage. Il nuovo batterista Jack Irons è un vecchio alleato di Vedder, è l’uomo responsabile di aver portato Vedder nei Pearl Jam in primo luogo, ed è quindi improbabile che tenti di sfidare l’autorità del cantante all’interno del gruppo.

L’autorità di Vedder fu chiara a tutti nel 1994, quando il batterista Dave Abbruzzese fu improvvisamente licenziato. “Dave faceva troppo la rockstar,” dice una fonte vicina al gruppo. “Dava interviste da copertina per le riviste di batteria. Era felice, stava coronando il suo sogno, cosa che ha fatto dar fuori di matto Eddie. Ho visto Eddie disegnare dei baffi sulla faccia di Dave sulla copertina di Modern Drummer.”

Alcune fonti dicono che che la cacciata di Abbruzzese fosse un messaggio per gli altri membri del gruppo. “Penso che, ancora una volta, questo abbia a che fare con la personalità molto fragile di Eddie,” dice la fonte. “Penso che anche gli altri si sentano come se fossero i prossimi ad andarsene”. Alla domanda su quanto seriamente gli altri stiano pendendo questa minaccia, la fonte dice: “Mettiamola in questo modo: Stone ha la sua etichetta; Mike sta lavorando a un altro disco; Jeff ha la sua band, i Three Fish.”

Sin dai primissimi tempi coi Pearl Jam, Vedder affermava che il suo scopo era essere un tipo diverso di rockstar. Avrebbe resistito alla tentazione del potere, della ricchezza e dell’ego. L’enfasi, ha detto, deve essere sulla musica, un sentimento espresso interamente per tenersi al passo con un ethos anticommerciale, ispirato dal punk di Seattle.
Vedder sembrava un poster già pronto per la scontenta generazione grunge. Un ribelle i cui testi agonizzanti e la cui voce grezza e piena di rabbia scaturiscono da un’infanzia infelice e da un’adolescenza alienata e solitaria. In un’ampia serie di interviste che concesse a Rolling Stone nel ’93, Vedder perfeziona il suo mito di rockstar riluttante – uno che ha lasciato le superiori per diventare surfista, la cui ascesa dagli umili inizi è avvenuta quasi contro la sua volontà. Anche questo si incastra perfettamente nella dottrina grunge, che ha respinto il carrierismo e l’ambizione delle ruffiane band metal di capelloni degli anni ’80.

Ma a detta di quelli che conoscevano Vedder prima che diventasse famoso, il successo del cantante difficilmente può essere stato casuale. “Sapeva esattamente cosa fare,“ dice un amico dei tempi pre-Pearl Jam. “Non è una piccola anima sperduta che scrive grandi canzoni.” Secondo molti racconti, la scalata di Vedder fu uno sforzo concreto aiutato dal suo talento per l’auto-invenzione e per l’auto-drammatizzazione, dal suo incessante sforzo per essere ascoltato e dalla sua ferrea volontà di controllare la sua immagine pubblica. “È un maestro nel manipolare le situazioni e la gente attorno a lui,” dice una fonte alla Epic. “Ed è un maestro nel manipolare la sua immagine.”

La sua immagine – e la sua identità – è spesso nascosta dalla bizzarra situazione dei suoi genitori. Nasce come Edward Louis Severson III nel 1964, a Evanston, Illinois, figlio di un padre musicista che divorzia da sua moglie prima che Vedder compia due anni. Cresce credendo che il suo patrigno sia il suo padre naturale e che gli altri tre figli della madre, avuti con il nuovo marito, siano suoi veri fratelli. Vedder, per le prime due decadi della sua vita, era conosciuto come Eddie Mueller.
In un’intervista al Los Angeles Times otto giorni dopo la scoperta del suicidio di Kurt Cobain, Vedder parla della sua natura depressa, descrivendo come da ragazzo il pensiero del suicidio lo avesse visitato “spesso… ero completamente solo – tranne che per la musica.” Evitando persino di nominare la sua scuola superiore o di parlare dei suoi compagni, ha detto: “Non mi trattavano bene.”

“Era molto popolare,” ricorda Annette Szymanski-Gomez, un’amica che era un anno avanti a Vedder. “Era un tipo estroverso. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per essere carino con tutti.” Un’altra compagna di scuola aggiunge: “Era così gentile con tutti, trovava sempre un momento per chiacchierare. È per questo che non capisco tutte queste storie sull’essere miserabile. Per me non lo era affatto! Ed era così carino”. “Tutte le ragazze avevano una cotta per lui,” dice un altro amico, che accarezza il ricordo di tutti i divertimenti da ragazzi con il piccolo Eddie Mueller, com’era affezionatamente soprannominato per via della sua bassa statura. “Giocavamo a football, ci arrampicavamo in questo edificio abbandonato. Mi ricordo che andavo a casa sua e lui suonava la chitarra col suo migliore amico.”
I Mueller vivevano in un solido quartiere della classe media a Encinitas, un sobborgo di San Diego. “Era una bella casa,” dice un amico, “a due piani. Avevano un piano. Non era per nulla un’infanzia di privazioni. Mi ricordo che c’era una foto molto carina di Eddie da bambino. Aveva circa tre anni, sua madre diceva che era apparso in qualche spot televisivo.”

Questo precoce incontro con lo showbiz sarebbe stato solo l’inizio della sua carriera di attore giovanile. Anche se si sapeva che era un musicista, la sua identità principale alla San Dieguito High era come star del teatro della scuola. Cominciò come attore nel coro di Little Mary Sunshine. Passò presto a ruoli principali e apparve in Bye Bye Birdie, Butterflies Are Free, Ourward Bound, e The World of Carl Sandburg. Nel suo ultimo anno, Mueller fu votato come il più talentuoso grazie alla sua abilità di attore.
“Era un attore fantastico, davvero eccezionale,” dice un suo compagno dei corsi di recitazione. “Il suo idolo era Dustin Hoffman.” Al suo terzo anno ebbe una parte in una recita scolastica con Liz Gumble, una studentessa un anno indietro a lui. I due cominciarono a uscire insieme nel marzo dell’81 e divennero, a detta di tutti, inseparabili. Quando la Grumble partì con la famiglia per una breve vacanza, Mueller espresse la sua tristezza nel suo tipico modo teatrale. “Portò la sua sciarpa attorno al collo tutti i giorni finché lei non tornò a casa,” dice un compagno di classe.

Mueller trovò un amico nel suo insegnante di teatro, Clayton Liggett. L’insegnante divenne un mentore e un surrogato del padre per Mueller, che, dicono gli amici, non andava d’accordo con il patrigno. “Mi ricordo che quando Eddie andava a scuola veniva spesso a casa nostra per parlare a Clayton di cose personali, “ ha detto la vedova di Ligget al San Diego Union Tribune nel 1995. “Non so se Eddie stesse cercando una figura paterna. Ma so che aveva bisogno di qualcuno con cui parlare e Clayton c’era sempre per lui.”

Uno dei vecchi compagni di scuola suggerisce che Vedder sta “abbellendo” il suo passato per entrare nel personaggo che sta sviluppando, quello di portavoce dell’alienata e disfunzionale Generazione X. “Non credo che lui stia mentendo,” dice in difesa di Vedder. “Penso che la gente non capisca che tu non devi essere questo personaggio così miserabile nella vita reale, è un’arte, l’abilità di diventare il personaggio che canta queste canzoni torturate.”
Ma se gli anni di scuola di Eddie Mueller furono meno drammatici di quanto afferma il cantante, non c’è dubbio che subì un grosso colpo emotivo al quarto anno quando Liz Gumble lo lasciò. Gli amici ricordano che Vedder era inconsolabile dopo la rottura.
“Le cose crollarono per lui nell’ultimo anno,” dice un amico. “Lasciò le produzioni teatrali, e qualcun altro dovette prendere il suo posto, e fu davvero una cosa grave, perché lui prendeva il teatro davvero seriamente.” Mueller lasciò la San Dieguito High poco prima del diploma e torno nell’area di Chicago per stare con la sua famiglia, e prese comunque l’equivalente di un diploma. Fu in quel periodo che il piccolo Eddie Mueller, forse per un atto di indipendenza dal suo patrigno, prese il nome da nubile della madre e divenne Eddie Vedder.

Anche se la musica dei Pearl Jam è strettamente associata alla scena di Seattle e all’esplosione del grunge nei primi anni ’90 che aiutò il gruppo a scalare le classifiche, le radici musicali e le ambizioni di carriera di Eddie Vedder nascono nell’idilliaca comunità della spiaggia di La Mesa (California), un sobborgo di San Diego, dove si trasferì nel 1984 dopo due anni trascorsi nel Midwest. In quel periodo le aspirazioni teatrali di Vedder furono sostituite dall’ambizione di diventare un cantante e un compositore. Come fan delle opere rock degli Who fin dall’infanzia, Vedder divenne una presenza costante ai concerti rock di San Diego, accompagnato da un registratore, e collezionò un gran numero di bootleg. Facendo lavori umili, come la guardia di sicurezza negli alberghi e il benzinaio, scrisse un gran numero di canzoni mentre faceva il turno di notte ma non rese pubblico il suo talento fino al tardo 1986, quando rispose ad un annuncio sul San Diego Reader. Un gruppo rock influenzato dai Duran Duran, i Bad Radio, stava cercando un cantante che li aiutasse ad andare nella direzione più alternativa dei Love e dei Rockets. Vedder spedì un nastro fatto a mano che includeva una cover della metadibonda Atlantic City di Springsteen.

All’audizione dal vivo, Vedder cantò numerose cover, tra cui Paint It Black degli Stones. Dei tre cantanti che si erano presentati quel giorno “uno non era male,” dice Valery Saifudinov, che dirigeva la sala prove ed era presente all’audizione. “Ma Eddie aveva qualcosa dentro, una certa energia. Tutti furono d’accordo nel ritenere che Eddie fosse la scelta giusta.”
Solo dopo che Eddie finì l’audizione i suoi compagni seppero che aveva un malloppo di canzoni già pronte. “Eravamo increduli,” dice il bassista Dave Silva.
Un demo delle prove del 1989 rivela che il gruppo stava cercando di mescolare del blando, orecchiabile rock con i groove funky dei RHCP. Vedder cantava in un registro più alto e più sottile di quello di oggi – almeno fino all’ultima canzone, una versione di “Better Man” che sarebbe poi apparsa su Vitalogy e sarebbe diventata uno dei maggiori successi radiofonici dei Pearl Jam. Qui le capacità vocali di Vedder emergevano in tutta la loro potenza: pieno di testosterone, lo stile da baritono alla Davide Clayton-Thomas che sarebbe divenuto la sua firma. Passandosi costantemente la mano tra i lunghi capelli, facendo smorfie, sbattendo l’asta del microfono per terra, Vedder portò tutta la sua esperienza teatrale sul palco.
“Eddie è sempre stato grande sul palco,” dice il suo amico di San Diego, Mike Aitken, i cui genitori ospitarono Eddie per 4 anni e mezzo. “Ero ai concerti e la gente diceva ‘Wow guarda quello’ – la musica poteva piacere o meno, ma tutti dicevano ‘whoa, quel tipo è un grande’.”


Se Vedder era il punto focale della band sul palco, lo era anche fuori. Anche se assunto semplicemente come cantante, diventò presto il direttore delle operazioni, diventando non soltanto il principale compositore dei Bad Radio ma anche il loro manager, organizzatore e promotore. Fotocopiava elaborati volantini pubblicitari fatti a mano e creava l’artwork per i demo del gruppo, che spediva alle radio locali. Dice Marco Collins, uno dei DJ di San Diego che prendeva le chiamate di Vedder: “Era quello che cercava i concerti, era quello che li spingeva.” Vedder era, a detta di tutti, un promotore instancabile. “Eddie promuoveva continuamente il gruppo cercando di farlo diventare importante,” dice un promoter dei club di San Diego, Tim Hall. Steve Saint, un veterano della scena della città, ricorda gli sforzi di Vedder: “Il 90% dei gruppi garage se ne sta lì ad aspettare di essere scoperto, ad aspettare che qualche agente discografico bussi alla loro porta. Eddie non aveva questo atteggiamento. Cercava costantemente di portare il suo gruppo in qualche posto dove potesse essere visto.” Un’altra fonte nella scena musicale di San Diego dice semplicemente: “Era il miglior creatore di contatti nel music business.”

La principale base delle operazioni di Vedder era il Bacchanal, un locale dove suonavano gruppi alternativi in vista (e che sarà più tardi immortalato in Mankind). Vedder era una presenza costante con i suoi shorts verdi e gli anfibi. “Caricava l’equipaggiamento gratis solo per poter incontrare i RHCP o questo e quell’altro,” dice Saint. L’allora manager del Bacchanal Billy Buhrkuhl ricorda: “Faceva il roadie. Dava una mano sul palco, attaccava i francobolli. Sapeva di voler entrare nel mondo della musica ed era concentrato su quello che voleva ottenere. Mi chiedeva informazioni sui contratti, su quale fosse il modo migliore per firmare con una casa discografica, su come trovare un agente”. “Vedder vedeva tutto,” conferma un altro della scena di San Diego.

Stando nel backstage, Vedder “vedeva ogni singola rockstar che passava da San Diego”, dice un’altra fonte. L’abilità di Vedder nell’ingraziarsi i grossi nomi era leggendaria. Joe Strummer dei Clash fu una delle tante rockstar che Vedder affascinò. Passò una notte a bere birra e a fumare con il chitarrista. In un’altra occasione Vedder e Silva andarono a Los Angeles per veder suonare in un locale il gruppo dell’ex batterista dei Police, Steward Copeland.
Alcune rockstar però erano immuni al fascino di Vedder. L’amico surfista John Von Passenheim ricorda la notte in cui i Bad Radio aprirono per gli amati alternative Lemonheads: “Fu presentato a Evan Dando e gli disse ‘guarda i volantini che ho fatto per lo show.’ Evan lo guardò, disse ‘oh’, poi lo lasciò cadere a terra e se ne andò.”
Ma erano cose rare. “Vedder aveva una personalità per cui non ti sentivi minimamente minacciato da lui,” dice Nick Wagner, altro amico di vecchia data di San Diego. “Prendeva semplicemente un amplificatore e intanto cominciava una conversazione.”

Anche la sua vita sentimentale combaciava perfettamente con le sue ambizione musicali. La sua ragazza (in seguito moglie) Beth Liebling, figlia dell’esclusivo North Shore di Chicago, aveva dei buoni agganci con l’industria. Mentre frequentava i corsi della San Diego State University, organizzava concerti al campus e nei weekend andava a Los Angeles, dove faceva uno stage alla Virgin Records. Vedder e la Liebling aiutarono a promuovere Red Tape, un raduno gothic-rock settimanale che si teneva al Winter’s, un ritrovo della San Diego State University. “Avevano una visione completa del mondo della musica.” Ricorda Jay Thomas, ex capo di Liebling: “Prendevano i gruppi, li pagavano, andavano in giro a vendere i loro servizi… sapevano esattamente quello che succedeva.” “Lei e Eddie,” dice un veterano dei club di San Diego, “conoscevano tutti”.

Uno dei più stretti confidenti di Eddie era il capo della sala prove, Saifundinov. Negli anni ’60 era stato il leader di un gruppo rock in Russia. “Parlavamo per ore dopo le prove,” dice Saifundinov, che Vedder elenca come suo mentore nelle note di copertina dei demo dei Bad Radio. “Gli parlavo dell’Europa, di libri, musica, cultura. Gli donavo un po’ di senso dell’umorismo. Era davvero interessato. Sapeva che avevo fondato il primo gruppo rock in Russia. Provavamo una reciproca simpatia. Ero 18 o 19 anni più vecchio di lui, ma non sembrava.” Secondo Saifundinov, le origini delle posizioni anti rockstar di ora possono essere ritrovate in certe lunghe chiacchierate dopo le prove. “Gli dicevo ‘prima di tutto sei un musicista, sei un compositore. È questo quello che conta. Qualunque idiota può mettersi un salame nei pantaloni e mettersi in posa. O diventare uno stronzo perché ha molti soldi’.”

Nel frattempo, Vedder lavorava duramente per far diventare i Bad Radio un gruppo con una coscienza sociale. Portò il gruppo a una serie di concerti di beneficenza, tra cui uno per Amnesty International e uno per una raccolta fondi per le foreste. E Vedder aveva una canzone per tutte le occasioni. “Le sue canzoni contenevano sempre uno spaccato di vita, che fosse un senzatetto o una situazione di razzismo,” dice Saint. “Così, quando si presentava l’occasione Vedder aveva sempre una canzone adatta.” La videocassetta di un concerto dei Bad Radio a uno di questi show, mostra Vedder che annuncia dal palco: “Eccone una che mi piace. Parla dei senzatetto.”
Vedder non limitava il suo attivismo al palco del Bacchanal. Durante una riunione del consiglio comunale sulle case per i poveri, si sedette nel cortile con la sua chitarra acustica e cantò l’inno sociale, allora molto in voga, di Tracy Chapman “Talkin’ bout a Revolution”.

In un’altra occasione, lui e la Liebling parlarono con un senzatetto che espresse il desiderio di ritornare nel nativo Midwest. La coppia pagò un pasto all’uomo, lo portarono nell’appartamento della Liebling, gli fecero fare una doccia, gli comprarono un biglietto d’autobus e quindi lo misero su un Grayhound diretto a casa. La Liebling documentò l’intera trasformazione con una Polaroid, Vedder in seguito portò le foto in sala prove e orgogliosamente le mostrò a Saifundinov. Il bassista dei Bad Radio, Silva, ricorda che Vedder tenne persino una delle foto di fronte a lui mentre registravano uno dei demo, come fonte di ispirazione.


Secondo alcuni, lo zelo attivista di Vedder scavò un solco tra lui e il resto del gruppo. “Eddie era così incazzato,” dice Pierce Flynn, un surfista amico di Vedder. “Voleva che facessero dei concerti di beneficenza e il gruppo voleva andare da altre parti,“ ma Silva dice che non era tanto il fatto che loro si opponessero all’attivismo di Vedder, quanto il fatto che lui li tenesse all’oscuro: “Non ci lasciava avvicinare abbastanza per poter decidere se volevamo farne parte. Diceva semplicemente ‘Faremo questo concerto di beneficenza.’ Il giorno del Ringraziamento, comprava un sacco di cibo e dava da mangiare ai senzatetto. Ce lo diceva dopo, e noi dicevamo ‘Oh mio dio, ti avremmo aiutato se l’avessimo saputo’ ma non ci lasciava sapere quello che aveva in testa” e c’erano anche altri problemi tra il gruppo e il suo cantante. “Eravamo su livelli differenti,” ammette Silva. “Ci aveva già ampiamente sorpassati in termini di dedicare completamente la sua vita alla musica.”

Nel tardo 1989, tre anni dopo aver risposto all’annuncio dei Bad Radio sul San Diego Reader, Vedder invitò Saifundinov al concerto dei Bad Radio al Bacchanal. “Dopo facemmo una festa,” ricorda Saifundinov. “Eddie si sedette con me e mi disse ‘sto per lasciare il gruppo.’ Io dissi ‘Perché? Che succede?’ e lui ‘Devo continuare a muovermi, sto cercando di fare delle cose mie’.”
La fermata successiva di Vedder fu Los Angeles. La Liebling aveva trovato un lavoro nel dipartimento pubblicità della Virgin Records, dove Vedder divenne parte dell’arredamento. Trasferendosi a Los Angeles, Vedder era riuscito a posizionarsi nell’epicentro del mondo musicale della costa occidentale. Ironicamente, il suo destino – e quello del futuro della musica rock degli anni novanta – stava prendendo forma parecchie centinaia di miglia più a nord, a Seattle.

Cinque anni prima, all’incirca nel periodo in cui Vedder si univa ai Bad Radio, la scena di Seattle esisteva solo come una manciata di gruppi che suonavano di fronte a poche persone nei magazzini o nel retro dei locali. Tra questi gruppi c’erano i Green River, che comprendevano due membri del gruppo che avrebbe fondato i Pearl Jam: il chitarrista Stone Gossard e il bassista Jeff Ament. I Green River erano un improbabile miscuglio di musicisti: Ament e Gossard non facevano mistero delle loro aspirazioni commerciali, il cantante Mark Arm, in seguito con i Mudhoney, non faceva mistero del suo disprezzo per la musica mainstream. “Eravamo cinque persone differenti che suonavano cinque cose diverse,” ricorda Arm, “e per un po’ ha funzionato, ma poi no.”
Quando smise di funzionare, Gossard e Ament se ne andarono e formarono i Mother Love Bone, un gruppo glam il cui suono doveva molto alla musica orecchiabile del rock di Los Angeles. Secondo alcuni, la mancanza di credibilità che ha funestato i primi anni dei Pearl Jam può essere ricondotta a quel periodo. “Mark Arm se ne andò e fondò la band figa (Mudhoney),” dice un membro di vecchia data dell’industria musicale di Seattle. “Stone e Jeff formarono quella non alla moda.” I Mother Love Bone firmarono con la PolyGram, diventando uno dei primi gruppi di Seattle della loro generazione a firmare con una major. Ma nel marzo del 1990, pochi mesi prima che uscisse l’album di debutto del gruppo, il cantante Andrew Wood morì per un’overdose accidentale di eroina alla vigilia di un tour.

Gossard e Ament si mossero rapidamente per formare un nuovo gruppo, reclutando il chitarrista Mike McCready, che suonava fin da ragazzino negli Shadow. Come i suoi nuovi compagni, McCready aveva le sue radici nel rock commerciale degli ultimi anni ’80. Si era trasferito a Los Angeles con gli Shadow in cerca di successo. Dopo un anno di stenti in città, dove aveva lavorato come commesso in un negozio di dischi, il gruppo ritornò a Seattle senza aver firmato un contratto, sciogliendosi dopo poco tempo. McCready, disilluso aveva abbandonato la chitarra, si era tagliato i capelli e seguiva gli insegnamenti dell’ex governatore ultraconservatore dell’Arizona, Barry Goldwater. Ma dopo aver ricominciato a suonare la chitarra in un nuovo gruppo, McCready fu notato da Gossard che, impressionato dall’esplosivo lavoro del chitarrista, gli chiese di unirsi al suo gruppo ancora senza nome.
Con il batterista dei Soundgarden Matt Cameron, i proto-Pearl Jam registrarono una manciata di pezzi strumentali costruiti attorno ai riff di Gossard, ma mancava un cantante. Per riempire questo vuoto, il gruppo si rivolse all’ex batterista dei RHCP, Jack Irons, che suggerì loro un cantante che i RHCP avevano conosciuto a San Diego: un tipo affabile che lavorava al Bacchanal mentre cantava per la sua band, i Bad Radio. Irons si disse d’accordo nel far recapitare i demo di Gossard al suo amico di San Diego.

Vedder ha detto che scrivere i testi e le linee melodiche per i demo di Gossard ha segnato una svolta sia dal punto di vista creativo che personale. “Cominciai ad affrontare alcuni problemi che in precedenza mi ero rifiutato di affrontare,” ha detto Vedder a Rolling Stone nel 1991. “Era grande musica – mi tirava fuori delle cose che non erano mai uscite.”
Le cose che non aveva mai affrontato erano eventi che risalivano ai primi anni ’80, il giorno in cui sua madre gli aveva rivelato che l’uomo che lui conosceva come un lontano amico di famiglia era in realtà il suo padre biologico – un uomo che Vedder ricordava vagamente essere stato ricoverato in ospedale per sclerosi multipla e che era morto quando Vedder aveva 13 anni. Vedder disse che mentre ascoltava la traccia di Gossard per una canzone intitolata “Dollar Short”, sentì venire alla luce emozioni a lungo sepolte. Più tardi, mentre faceva surf, le parole gli vennero fuori. “Figlio, disse lei / Devo raccontarti una piccola storia / Quello che tu pensavi essere tuo padre / Non era alro che un… / Mentre te ne stavi da solo / A casa a 13 anni / Il tuo vero padre stava morendo / Mi dispiace che tu non l’abbia visto / Ma sono felice che abbiamo parlato.”
Vedder corse all’appartamento della Liebling, dove cantò sulla musica, intitolò la canzone Alive e rispedì il nastro a Seattle, con altre due canzoni.
Mentre i singoli membri dei Pearl Jam erano veterani delle loro rispettive scene musicali, il gruppo, formato nel tardo 1990 dava la sensazione di qualcosa fatto la sera prima, almeno a Seattle. Prima di volare da San Diego per il suo primo incontro faccia a faccia con i futuri membri dei Pearl Jam, Vedder chiese loro di non perdere tempo. Non lo persero. Dall’aeroporto, i membri del gruppo andarono direttamente in sala prove. In cinque giorni scrissero 11 canzoni. Il sesto giorno il gruppo fece il primo concerto in un locale di Seattle, con il nome di Mookie Blaylock, dall’allora playmaker dei New Jersey Nets.

“Mi ricordo solo di aver sentito di questo cantante incredibilmente intenso,” dice Kim Warnick, cantante e bassista dei Fastbacks e regina incontrastata della scena underground di Seattle. Il gruppo era sui blocchi di partenza ma la Warnick ricorda che i Mookie Blaylock (che cambiarono il nome in Pearl Jam dopo che il giocatore di basket si lamentò) non erano popolari tra l’elite grunge di Seattle. “Fin dall’inizio,” dice, “erano definiti dal loro pubblico, che non era punk. Erano i finti rocchettari dei sobborghi. Non li aiutava neppure il fatto che il gruppo avesse firmato un contratto con una major e che fosse capitanato da un cantante che era stato importato da fuori Seattle, dove così tanti avevano atteso a lungo nell’oscurità”. Ma Vedder, con uno schema che aveva già adottato, si mosse per ingraziarsi la scena di Seattle. Dopo un concerto dei Fastback alRKCNDY, si avvicinò alla Warnick e la sommerse di complimenti. Il giorno seguente, la Warnick ricevette una lettera firmata da Vedder e dalla Liebling. Vedder, da allora, ha fatto aprire ai Fastbacks parecchi concerti dei Pearl Jam (anche in questo tour mondiale) e la Warnick è diventata uno dei più grandi difensori di Vedder. “Lui è davvero reale,” dice di Vedder. “Quando ti parla, è come se tu fossi l’unica persona nella stanza. Ti si avvicina, aggrotta le sopracciglia ed è davvero intenso.”

Vedder fu altrettanto intenso, anche se meno accomodante, nei suoi primi incontri con i dirigenti della Epic. “Quando l’ho incontrato per la prima volta, c’era qualcosa di diverso in lui,” dice una fonte che ha incontrato Vedder all’etichetta. “Era tremendamente enigmatico e carismatico. Durante il primo incontro, Eddie parlò poco e tenne gli occhi fissi sulle sue gambe. Diede l’impressione di una persona ingenua circa l’industria.” Secondo uno dei confidenti di lunga data di Vedder alla Epic, che si è mostrato sorpreso nell’apprendere del passato di Vedder a San Diego: “Se siamo stati ingannati”, dice la fonte, “io lo sono stato come tutti gli altri.”

L’album di debutto dei Pearl Jam, Ten, che uscì nell’ agosto del 1991, registrò poco più di un sussulto nelle classifiche. Un mese più tardi, i Nirvana uscirono con Nevermind, e per il gennaio 1992 l’album aveva raggiunto il primo posto nelle classifiche, aprendo la strada all’era della musica alternativa. I Pearl Jam furono presto inclusi nella mania di tutto ciò che proveniva da Seattle. Mentre i Nirvana stavano reinventando il punk per gli anni novanta, i Pearl Jam stavano infondendo nel rock da radio degli anni ’70 il loro tocco personale, toccando temi come divorzio, alienazione e rabbia – tutti veicolati da un cantante che sembrava rappresentare appieno le paure e la rabbia esplosiva provate da milioni di giovani. In breve sia MTV che le radio trasmettevano Alive continuamente.

Fin dall’inizio i Pearl Jam furono perseguitati dagli scettici che li vedevano come poco di più che una versione addomesticata, adatta a MTV dei genuinamente anarchici e pericolosi Nirvana. Tra quelli che dubitavano in modo più aperto dei Pearl Jam c’era Kurt Cobain dei Nirvana, che definì i Pearl Jam “una fusione di musica alternativa, commerciale e cock rock” e si indignava per il paragone con quel gruppo. “Vorrei che la mia associazione con quel gruppo fosse cancellata,” disse Cobain a Rolling Stone nel 1992, quando sia i Nirvana che i Pearl Jam divennero entrambi gli strilloni dell’esplosione grunge di Seattle.

Vedder, forse come reazione a questo scetticismo, sembrò determinato a provare la sua buona fede alternativa. Sin dal 1992 creò una serie di promozioni “alternative” per mantenere una connessione diretta con i fan dei Pearl Jam: una serie di concerti non pubblicizzati solo per i membri del fan club, concerti trasmessi alle radio in modo gratuito, album in vinile disponibili una settimana prima dei CD e delle cassette, e prezzi modici per i concerti. Nel documentario Hype!, che descrive la crescita commerciale della scena musicale di Seattle, Vedder assume il ruolo del portavoce del grunge, la voce dell’ethos punk della città: ”Se con tutta l’influenza che questa parte del paese e la sua scena musicale hanno, se non si fa nulla di questo… se finalmente arriviamo in prima fila e non ne dovesse uscire nulla, sarebbe una tragedia.”

Per Vedder, cambiare l’industria significava posizionare se stesso e il suo gruppo contro di essa. Evitando i mezzi convenzionali del marketing di massa, mise al bando – cosa senza precedenti – i video e restrinse drasticamente l’accesso alla stampa. Ha sempre affermato che queste mosse rischiose dal punto di vista commerciale erano state fatte per evitare una sovraesposizione. Ma altri suggeriscono che le crociate di Vedder vengono direttamente dalla sua testa per mantenere un rigido controllo su tutti gli aspetti dell’immagine dei Pearl Jam, esattamente come aveva fatto con i Bad Radio.

Vedder divenne furibondo, per esempio, quando una rivista di musica per ragazzi pubblicò alcune sue foto scattate un anno prima. Una delle tante piccole indegnità che avrebbero portato a bandire la stampa. Si indignò quando MTV mise in rotazione perpetua Jeremy, privando la canzone della sua carica emotiva, un fattore che ha contribuito alla messa al bando dei video. Quest’anno Vedder sembra sospettoso di qualunque sforzo promozionale, anche il più innocente. Prima della recente esibizione dei Pearl Jam al Late Show di Letterman, Vedder telefonò personalmente al conduttore, chiedendo che la loro apparizione non fosse pubblicizzata in modo eccessivo sulla rete.

Per una generazione sospettosa della pubblicità, le proibizioni di Vedder agirono come la definitiva tattica promozionale anti-commerciale. Nel 1993 il secondo album dei Pearl Jam, V.s, infranse il recod di vendite in una singola settimana, vendendo 950.000 copie nella sua prima settimana e 5,4 milioni di copie in totale secondo recordscan. Nel 1994 uscì Vitalogy, che vendette l’impressionante numero di 877.000 copie nella settimana di debutto prima di raggiungere per cinque volte il disco di platino e facendo diventare Corduroy e Better Man elementi fondamentali della programmazione radiofonica.

Poi venne Ticketmaster.

Forse spinto dal successo nel riscrivere le regole del successo, Vedder potrebbe aver creduto di essere in grado di cambiare le regole dell’industria dei concerti.
Oggi la battaglia contro Ticketmaster rappresenta la più grossa sconfitta del gruppo – e un esempio del fallimento di Vedder per aver voluto troppo. Il seme della discordia con Ticketmaster fu piantato fin dal 1992, quando i Pearl Jam fecero un concerto di beneficenza a Seattle e chiesero al gigante dei biglietti di donare in beneficenza un dollaro dei diritti che l’agenzia ricarica sul prezzo di ogni singolo biglietto. L’agenzia acconsentì e poi aggiunse un dollaro al prezzo di ogni biglietto. Secondo una fonte, Vedder fu furioso per questo tradimento personale e cominciò a parlare incessantemente di Ticketmaster.

Per il tour di supporto a Vitalogy nel 1994, il gruppo cercò di lavorare senza Ticketmaster, ma non trovò posti che non avessero un accordo di esclusiva con Ticketmaster. Il tour fu cancellato e la battaglia dei Pearl Jam contro Ticketmaster si spostò a un livello superiore. “Credevano realmente che la distribuzione dei biglietti in questo paese fosse diventata un monopolio e che i concerti fossero tenuti in ostaggio da Ticketmaster,” dice Peter Scheniedermeier, cofondatore della ETM Enterainment Network, la compagnia scelta dai Pearl Jam per il loro tour del 1995. “Pensavano di avere il dovere di combattere per i loro fan.”

E lottarono. Nel maggio del 1994 il gruppo fece aprire un’indagine al Dipartimento di Giustizia contro Ticketmaster per eccesso di posizione monopolista. Mentre furono Ament e Gossard a testimoniare davanti al comitato congressuale, chi sta vicino al gruppo non ha mai avuto dubbi sul fatto che dietro la controversia ci fosse Vedder.


Infatti, quando poi la band cercò un distributore alternativo per i biglietti, Vedder era l’unico membro del gruppo presente agli incontri con la ETM. Con la piccola e inespreta ETM al timone, i Pearl Jam andarono avanti con un tour estivo nel 1995, aprendo il vaso di pandora dei problemi burocratici, logistici, di sicurezza e climatici.
Il tour cominciò male fin dal primo giorno. La data di apertura del 16 giugno, a Boise in Idaho, dovette essere cancellata – il luogo, di proprietà pubblica, necessitava dell’approvazione del governo per poter utilizzare un sistema di biglietti alternativo – e fu spostata a Camper. Alla seconda data a Salt Lake City – dove la band era costretta a suonare in un posto all’aperto e fuori mano – una pioggia gelida si abbattè sul palco prima ancora che la band ci salisse. Il concerto fu cancellato e dodicimila fan rimandati a casa.

Il disastro si abbattè anche a casa di Vedder, a San Diego, dove i Pearl Jam dovevano suonare al Del Mar Fairgrounds nello stesso momento in cui c’era l’annuale festival della contea. Dei poliziotti troppo zelanti, temendo che i fan del rock travolgessero i visitatori della fiera, ottennero che le due date venissero cancellate. Dopo una settimana di continui litigi sui luoghi dei concerti, il manager dei Pearl Jam, Kelly Curtis, annunciò che il gruppo, se costretto, avrebbe fatto un tour con Ticketmaster. “È tempo che il gruppo torni a fare quello che sa fare meglio,” ragionava Curtis. “Fare musica e suonare per i propri fan.”
Ma pochi giorni dopo, un impassibile Vedder chiamò una radio di San Diego e sconfessò il proprio manager: “Se si dimostrerà impossibile fare tour senza Ticketmaster,” disse, “allora ce ne torneremo a casa e faremo solo album.”

La lotta stava chiedendo un pedaggio a Vedder. Il 24 giugno il cantante finì all’ospedale per problemi digestivi. Lo stesso pomeriggio affrontò una folla di 54.000 persone al Golden Gate Park di San Francisco. Ce la fece per sette canzoni, poi si fermò per annunciare: “Ho appena trascorso le peggiori 24 ore della mia vita” e con questo scese dal palco e non tornò indietro. In seguito Vedder privatamente avrebbe imputato la sua malattia a un’intossicazione causata da un panino al tonno avariato – una scusa che non spiegava la cancellazione di tutte le date rimanenti. La maggior parte delle date fu recuperata entro l’anno, ma ormai il danno era fatto.

Le reazioni della stampa alla cancellazione del tour furono dure, specialmente nelle città lasciate senza concerto a causa della cancellazione. “Per un gruppo che urla così forte a favore dei propri fan,” si legge su una colonna dell Austin American-Statesman, “i Pearl Jam ne hanno sicuramente lasciati un bel mucchio al freddo, compresi i 25.000 che avevano affrontato numerosi problemi per procurarsi un biglietto. La reputazione dei Pearl Jam è stata danneggiata, la magia del gruppo infranta”.

“Ovviamente Eddie è ossessionato dai cattivi del business,” aggiunge il manager di un altro gruppo multiplatino. “Ma a quanti dei tuoi fan frega davvero qualcosa? Alla maggior parte di loro non importa. Non gliene frega nulla se è il luogo X, Y o Z o quale sia la compagnia che vende i biglietti. Vogliono solo sentirti suonare della buona musica.”
Anche gli alleati dei Pearl Jam nella lotta contro Ticketmaster hanno abbandonato la crociata di Vedder. I R.E.M., che avevano appoggiato la lotta dei Pearl Jam nel 1994, firmarono con Ticketmaster per il tour mondiale del 1995. “Non mi piace Ticketmaster, ma non deciderò di non fare un tour,” ha detto il chitarrista dei R.E.M. al Chicago Tribune. “Non distruggerò il mio gruppo solo perché la società non va nel modo in cui mi piacerebbe che andasse”.

Il colpo finale ai Pearl Jam arrivò il 5 luglio 1995, quando l’indagine dell’antitrust contro Ticketmaster fu chiusa senza clamore. Vedder non ha mai commentato pubblicamente la sconfitta. Ma i sintomi di una nuova disillusione sono visibili. Il febbraio scorso i Pearl Jam hanno fatto la loro prima apparizione televisiva in due anni alla cerimonia dei Grammy. Vedder, abbandonato il costume grunge fatto di magliette strappate, shorts e camice di flanella, è apparso alla cerimonia con un soprabito al ginocchio di pelle nera e occhiali da sole. Dopo aver vinto la prima statuetta della serata, per la miglior performance Hard Rock, il cantante non ha usato quell’opportunità per ringraziare i fan rimasti fedeli al gruppo ma per mormorare che quell’onore “non significa nulla”. Potrebbe essere stato un maldestro tentativo di attaccare la natura competitiva di quei premi. Ma ad alcuni spettatori è sembrato il comportamento stereotipato di una rockstar.

Tra quelli che l’hanno percepito in questo modo ci sono i suoi vecchi amici delle superiori. “Mi arrabbio quando lo vedo a queste premiazioni,” dice uno dei vecchi compagni di recitazione, “e vedo che immagine orribile si è cucito addosso”. “Non so che cosa gli sia accaduto,” dice un altro compagno di scuola, “sembra uno dei Van Halen”.
Il manager del Bacchanal Billy Buhrkhr l’ha visto anche lui quella sera e non riconosceva il cantante che aveva conosciuto a San Diego. “Se l’aveste conosciuto 10 anni fa, non potreste credere che abbia detto quelle cose. Ai vecchi tempi Eddie era grato per tutti e per tutto.”

Evidentemente i vecchi amici di Eddie non sono stati gli unici scontenti della sua performance di quella sera o delle crociate senza fine dei Pearl Jam contro la loro stessa popolarità. La scarsa pazienza dei fan per il profilo quasi invisibile del gruppo sta cominciando a incidere sulle vendite. Uscito lo scorso settembre, No Code ha debuttato al primo posto ma in due mesi era già uscito dalla Top 20, un destino ignominioso per un gruppo i cui tre album precedenti sono stati tra i dischi più venduti del decennio. È anche un destino ironico per un disco che è il lavoro migliore e più maturo della band fino a questo momento – una raccolta di brani di una varietà accecante, che spaziano da canti di ispirazione buddista al glam-punk fino a ballate umorali.

Ciò nonostante, i Pearl Jam non hanno mostrato segni di voler provare a incrementare le vendite dell’album. Il gruppo continua a rifiutarsi di fare video e rifiuta virtualmente tutte le richeste di interviste. Quando il tour è arrivato a fine settembre a Randall’s Island a New York, Vedder ha reiterato la sua volontà di boicottare la stampa. Avendo avuto notizia degli sforzi investigativi di Rolling Stone per far luce sul suo nebuloso passato prima dei Pearl Jam, il cantante si è interrotto a metà della canzone “Who You Are” per fare un annuncio mirato. “Io so chi sono davvero,” ha detto dal palco. “È una lunga storia e non basterebbe un Rolling Stone.”

L’obiettivo dichiarato di Vedder nel combattere l’industria del rock era di mantenere l’enfasi sulla musica. In “Off he Goes” da No Code canta che “niente è cambiato tranne le stronzate circostanti”, ma alla vigilia del nuovo tour, che su insistenza di Vedder prevede solo 12 date, le “stronzate circonstanti” sembrano avere finalmente eclissato la musica. Dice uno dello staff della Epic che “nessun gruppo è più grande del sistema stesso, e i consumatori li stanno punendo. Se fai solo 12 date allora hai bisogno di fare video per ricordare al paese come sei fatto.”
Il disincanto verso il modus operandi dei Pearl Jam non è limitato alla stampa e al pubblico. Due settimane prima del lancio del tour, il bassista Jeff Ament ha confidato a un amico che temeva il nuovo tour: “Mi sono divertito di più in viaggio con i Three Fish.”
Il chitarrista Gossard è stato ancora più deciso. Dopo aver promesso di contattare un amico comune quando il tour raggiungerà l’Europa a metà autunno, Gossard ha aggiunto afflitto “se per allora saremo ancora insieme.”

Che Vedder possa lasciare il gruppo, dicono le fonti, è una minaccia sempre presente che incombe sui Pearl Jam e sul loro management. Alla domanda in un’intervista del 1994 se Vedder fosse tentato di fuggire, il manager Curtis disse: “Credo che ci pensi ogni giorno”. “Stavo davvero spingendo Eddie per fargli fare qualcosa che non voleva fare,” dice una fonte che ha lavorato col gruppo. “Mi è stato detto: non spingerlo oltre il limite o se ne andrà.” E questa è un’eventualità che nessuno associato ai Pearl Jam vuole contemplare.
“I Pearl Jam senza Eddie Vedder,” dice la fonte, “sono i Mother Love Bone con un cantante morto.”

Ci sono delle prove che suggeriscono che Vedder stia ricercando le sue origini rivisitando il suo passato pre-Pearl Jam e riallacciando vecchi rapporti. Nel 1995 arrivò inaspettato al funerale del suo vecchio insegnante di teatro, Clayton Ligget. Dopo la funzione raggiunse alcuni vecchi compagni a casa del suo ex insegnante, dove parlarono fino alle dieci di sera e più tardi piombò inaspettato dai vecchi amici del basket a San Diego che trovano Vedder ancora uguale all’amico dei vecchi tempi. “Voleva solo andare al campo, fare qualche tiro e bere qualche birra,” dice uno. “Era così strano, perché era come se non se ne fosse mai andato.”
Apparentemente, Vedder la pensa diversamente. “Quando esco con della gente che mi è mancata,” ha detto a un reporter in una lunga intervista, “e con cui ero amica prima, cerco di condividere quei momenti che eravamo soliti avere… mi sento come un bambino divorato dai dingo. Mi sento in conflitto.”

Intrappolato dalla sua celebrità, alienato dal suo passato, l’unico posto in cui Vedder non sembra essere in conflitto è sul palco di fronte a migliaia di fan adoranti. È il 16 settembre 1996, due giorni dopo il concerto di apertura allo Showbox di Seattle, e il gruppo sta suonando il primo grosso concerto alla Key Arena di Seattle, un luogo controllato da Ticketmaster dove la band ha accettato di suonare solo a condizione che i proventi andassero in beneficenza. Grazie al complicato sistema “alternativo” dei Pearl Jam, la folla ha passato un’ora fuori dal palazzetto, mentre tutti i 16.000 biglietti passavano sotto uno scanner di codici a barre.

Dentro, le cose non vanno molto meglio. Lavorando metodicamente sui loro strumenti, con le teste basse, saltano senza gioia attraverso la setlist mentre Vedder, al centro di un riflettore sotto una struttura circolare a forma di corona di spine, circondato da fasci di luce colorati, estende ripetutamente le sue braccia in una posa da cristo crocifisso.

È chiaro che il pubblico non vuole altro che ascoltare i vecchi successi. Ma Vedder sembra determinato a voler deludere i propri fan, togliendo energia allo spettacolo con discorsi seri tra una canzone e l’altra. “Non abbiamo usato un promoter,“ annuncia. “Odio dirlo, ma abbiamo fatto tutto da soli”. Presto la musica sembra essere solo poco più che un paravento per i discorsi di Vedder, i fan sono poco più che ricettivi alle polemiche di Vedder. Continua così fino a concerto avanzato, quando i Pearl Jam attaccano Alive.

Quando le linee di chitarra di Gossard e McCready si uniscono e il cantante si butta nel coro inneggiante alla vita, un ragazzo con una camicia di flanella arriva a bordo palco. Vedder strappa il ragazzo dalle grinfie della sicurezza e lo porta sul palco, dove il fan si affloscia seduto e poi rotola sulla schiena. Vedder si inginocchia e dedica la canzone al fan. “Tu sei ancora vivo,” canta Vedder aggiustando il testo della sua canzone più famosa, in un gesto di inclusione che sembra rappresentare al meglio quello che Vedder ha sempre detto essere la musica dei Pearl Jam. Il gruppo innesta le marce mentre i fan saltano al ritmo della batteria. Vedder urla quando il ragazzo si lancia da bordo palco e lui stesso si tuffa tra il pubblico. La folla rumoreggia e per la prima volta da oltre un anno, Vedder e il gruppo stanno suonando in perfetta sincronia, ardentemente, scambiandosi sorrisi stupiti.

Vivi.

———

Reazione di Courtney Love all’articolo
(lettera pubblicata nel numero di Rolling Stone del Gennaio 1997):

“Aspettate un momento… mi state dicendo che Eddie Vedder si merita questo brutale stupro a mezzo stampa perché:

1. Non ha voluto parlare con voi
2. Si è schierato contro una grossa corporation quando tutti gli altri gli avevano detto di non farlo
3. Voleva essere in un gruppo

A me sembra più Abramo Lincoln. E a proposito, grazie per il vostro illuminante pezzo sulla crisi delle madri nel mondo del rock. Mi ero dimenticata che i musicisti maschi non procreano.

LE RIVISTE COMMERCIALI FANNO SEMPRE SCHIFO!”

(si riferisce alla celebre maglietta di Cobain con la scritta “CORPORATE MAGAZINES STILL SUCK!”- n.d.angpo).