Dalle origini con i Green River alla lezione di Neil Young, passando per Dark Matter, Iggy Pop e la rinascita di Loosegroove: un viaggio nell’istinto creativo di uno dei fondatori dei Pearl Jam.

Nella nuova puntata di Safe Mode Radio, Stone Gossard si lascia andare a una delle conversazioni più profonde e oneste degli ultimi anni. A intervistarlo è Jamie Hall dei Tigercub — oggi sotto contratto con Loosegroove Records, l’etichetta fondata da Stone insieme a Regan Hagar e riattivata nel 2020 dopo la chiusura dei primi Duemila. Il risultato è un dialogo tra generazioni, tra chi ha contribuito a costruire la scena di Seattle e chi oggi sta cercando la propria voce con quello stesso spirito indipendente.
Quando Gossard torna agli anni di Green River, lo fa senza mitizzare nulla. Nessuna consapevolezza storica, nessuna strategia. Solo ragazzi che non si sentivano a loro agio nella scuola pubblica e che trovavano nella musica un terreno comune. L’incontro con Steve Turner, i dischi garage dimenticati degli anni Sessanta, la scoperta che bastava ricordare un riff il giorno dopo per sentirsi musicisti. “Il bello era che nessuno era davvero bravo”, racconta. Ed è proprio quell’inesperienza a diventare libertà pura. Dopo pochi mesi con la chitarra in mano, si ritrovano ad aprire concerti hardcore con il pubblico che li guarda male, mentre loro si sentono pronti a conquistare il mondo.
La frattura che porterà alla nascita dei Mudhoney da una parte e dei Pearl Jam dall’altra viene analizzata con sorprendente lucidità. Troppi punti di vista forti in Green River, troppe idee che cercavano di convivere. Oggi Stone ammette che forse avrebbe potuto essere un compagno di band più attento, meno concentrato sull’accumulare riff e più sull’equilibrio collettivo. È una riflessione rara, che mostra quanto il tempo abbia cambiato la sua prospettiva.
Uno dei passaggi più sinceri riguarda il rapporto con l’alcol. Bere, dice, era un modo per trovare il coraggio di lasciarsi andare. Oggi suonare sobrio gli restituisce presenza e lucidità. Non c’è moralismo, solo consapevolezza: l’errore pesa di più, ma è reale. E la realtà, per lui, conta più dell’illusione.
Il momento più affascinante dell’intervista arriva quando racconta la lavorazione di Mirror Ball con Neil Young. Tre giorni in studio. Canzoni scritte la notte prima. Un giro di accordi spiegato al volo. Si suona una volta e quella diventa la take definitiva. Stone ricorda il terrore di trovarsi davanti a un’icona e di non sapere come “accompagnarla” senza rovinare tutto. La lezione che ne trae è semplice e potentissima: non si accompagna, si sta nel momento. Young cercava il sentimento, non la perfezione tecnica. È una filosofia che oggi, nell’epoca dell’editing infinito e dei virtuosi social, suona quasi rivoluzionaria.
Non mancano le curiosità: il contributo lampo a un brano di Iggy Pop scritto in un’ora e mezza con Andrew Watt e Chad Smith; il ricordo del debutto dei Queens of the Stone Age pubblicato su Loosegroove quando ancora nessuno sapeva quanto sarebbero diventati grandi; l’autoironia con cui ammette che l’etichetta, all’epoca, era gestita con più entusiasmo che competenza. “Non ero pronto”, dice senza giri di parole. La chiusura e la riapertura vent’anni dopo raccontano un percorso di maturazione, personale prima ancora che professionale.
Si parla anche di Dark Matter, l’ultimo lavoro dei Pearl Jam, nato da sessioni rapide e spontanee, con alcune delle canzoni migliori scritte nelle prime 24 ore. Ancora una volta, l’elemento decisivo è il salto nel vuoto: non sapere cosa succederà, ma fidarsi del processo.
Nel finale Jamie gli chiede cosa direbbe al sé stesso prima dell’esplosione dei Pearl Jam. La risposta è disarmante: essere meno ansioso, più presente, fidarsi di più dell’istinto e godersi il viaggio. Non parla di classifiche o di scelte artistiche. Parla di attenzione, di equilibrio, di maturità. È forse il passaggio più umano di tutta la conversazione.
Chi conosce Stone Gossard sa che non è mai stato il più esposto mediaticamente della band. Ma ascoltandolo qui si capisce quanto sia stato, e sia ancora, uno dei motori silenziosi della loro identità. La sua ricerca continua di quello stato mentale iniziale — quando bastavano tre accordi e un amplificatore scadente — è la chiave di tutto. Restare principianti, anche dopo aver scritto la storia.

Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Dal 2022, conduce due podcast: “Pearl Jam dalla A alla Z” e “Fuori Orario Not Another Podcast”. Ha collaborato con Barracuda Style, HvsR, Rolling Stone, Rockol e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.
Canzone preferita: Present Tense
Album preferito: No Code
Artisti o gruppi preferiti oltre i PJ: Tom Waits, Soundgarden, Ramones, Bruce Springsteen, IDLES, Fontaines D.C., Mark Lanegan, R.E.M., Radiohead, Cat Power, Dead Kennedys
