Interviste a Jeff Ament | Aprile 2003

<< Back to Interviste | Home
 

Grunge-rock group producing, selling CDs of each concert 
Di Ramiro Burr 
San Antonio Express-News | 3 Aprile 2003

Traduzione a cura di Angpo

I pionieri del grunge, i Pearl Jam ritornano a delle sensazioni più dure, più corpose per il loro settimo album in studio Riot Act.

“E’ differente nel senso che volevamo tornare a qualcosa che non avevamo fatto per molto tempo, penso dal nostro secondo album (Vs),” dice il bassista Jeff Ament. “Volevamo avere più la sensazione di un concerto dal vivo sul cd, con meno prove e meno trucchi tecnici”

I Pearl Jam terranno il loro primo concerto a San Antonio sabato sera al Verizon Wireless Amphiteater. Le Sleater-Kinney apriranno. Altre buone notizie per i fan vengono dall’annuncio che i Pearl Jam offrono i doppi cd del concerto, freschi di stampa, su www.pearljam.com. Il gruppo ha originariamente pensato alla serie dei Pearl Jam 2003 Bootlegs come un modo per anticipare chi vende i bootleg, fornendo le registrazioni dei loro concerti a una qualità più alta e a minor prezzo.

“E’ cominciato qualche anno fa, quando ci siamo stufati di sentire i nostri fan più ferventi dire eccitati: ’abbiamo appena preso uno dei vostri concerti su cd’ che in genere si rivelava essere un cattivo bootleg dal Belgio al costo di 18 dollari,” dice Ament. “Cosi abbiamo deciso di offrire noi stessi i nostri concerti. Possono ordinare in anticipo un dato concerto, e dopo aver mandato i soldi, tre giorni dopo il concerto ricevono i cd.” I cd dei concerti, che non saranno disponibili nei negozi, possono anche essere ordinati su www.tenclub.net e www.pearljambootlegs.com.

Ognuno sarà un doppio cd in edizione limitata, venduto a 12.98$ ai membri del Ten Club e a 14.98$ agli altri. Coloro che ordineranno i cd prima dei concerti possono aspettarsi di vederli spediti in 2 o 3 giorni. E’ disponibile anche la consegna rapida. Inoltre, i fan che ordineranno i cd riceveranno un link per scaricare gli mp3 non masterizzati del concerto il giorno seguente la performance.

Gli inventori del grunge fanno fatica a credere che attirino già due generazioni di fan “Penso che il nostro pubblico in questi giorni sia composto sia dai fan originali che dai loro figli, che in qualche modo sono stati convinti dai loro genitori,” dice Ament. “Ci sentiamo vicini ai nostri fan, molti dei quali ci raccontano della prima volta che ci hanno sentito. Qualche volta è difficile credere che abbiamo cominciato 12 anni fa. Eravamo solo dei ragazzini al tempo, e qualche volta penso che ancora ci sentiamo e ci comportiamo come dei ragazzini.”

Negli ultimi concerti, il gruppo ha suonato per più di due ore, facendo vecchi successi come Daughter e Yellow Ledbetter, ma anche molto nuovo materiale. “Spesso non scegliamo le canzoni fino a un’ora prima del concerto, e anche in quel caso, qualche volta cambiamo, a seconda dell’energia che riceviamo dal pubblico” dice Ament.

Tra i principali artefici del movimento alternativo di Seattle nei primi anni ’90, i Pearl Jam non sono mai stati un gruppo da assoli di chitarra alla “guarda quanto sono figo” o da atteggiamenti istrionici. Comunque, la potente, tormentata voce baritonale del cantante/chitarrista Eddie Vedder rimane una delle voci più riconoscibili nel panorama del rock.

Riot Act, che è arrivato al numero 5 nella Bilboard 200 lo scorso anno, continua a riproporre gli usuali testi introspettivi e ribelli, anche se alcuni critici potrebbero dire che il gruppo è rimasto intrappolato nel passato di una musica umorale ed immusonita. Il primo singolo, I Am Mine, rivela la mortificazione di Vedder di fronte all’orrore a cui il gruppo assistette mentre suonava nel giugno del 2000 in un festival in Danimarca, dove 9 fan morirono schiacciati.
Comunque la canzone lascia un’impressione ottimistica con l’affermazione “so che sono nato e so che morirò/ quello che c’è in mezzo è mio.”

Il secondo singolo, Save You, è un aggressivo e veloce rock con un ritmo classico di Rithm&Blues. Vedder e il chitarrista Stone Gossard hanno composto “Bu$hleaguer” un talking-blues che critica il presidente Bush e sembra un aggiornamento melanconico di Lullaby di Shawn Mullins. “Nato in terza / pensa di aver fatto un triplo” canta Vedder su una errante linea di basso. (No, L’ex governatrice del Texas Ann Richards non è tra gli autori).

“Non siamo d’accordo praticamente con nulla di quello che Bush dice,” dice Ament. “E non siamo neppure d’accordo con la maggior parte di quello che viene detto sulla guerra. Qualche volta mi sembra uno scherzo, buttare via così tanti soldi per questa guerra.”

Vedder ha anche criticato Bush dal palco, ma non è questa la cosa principale. “Ne parliamo, ma non ne vogliamo fare un gran affare,” dice Ament. “Siamo lì per mettere su uno spettacolo, dare energia al pubblico e divertirci. Non penso che siamo un gruppo di attivisti, penso però che abbiamo delle cose da dire.”

Il disco di debutto dei Pearl Jam, Ten, divenne uno degli album più celebrati degli anni ’90, e portò il gruppo ad essere uno degli elementi di punta del grunge. Fondendo il rock pieno di riff degli anni ’70 con la rabbia del punk, i Pearl Jam divennero conosciuti per le loro melodie dissonanti e per la voce impressionista e appassionata di Vedder dei primi successi: Alive, Even Flow e Jeremy; canzoni che parlano di abusi sui bambini e di relazioni spezzate.

Quell’album trascorse 250 settimane nella Billboard 200 e vendetta più di 11 milioni di copie negli Stati Uniti. Sorprendentemente, non toccò mai il primo posto, rimanendo dietro a Billy Ray Cyrus nell’estate del 1992. I Pearl Jam hanno piazzato 30 singoli nella classifica Modern Rock Tracks e hanno fatto sporadiche apparizione nella Top 40 nel ’95 con la ballata Better Man e nel ’99 con l’imprevista cover di Last Kiss.

 

------------

 

Concert Preview: Pearl Jam stirs it up on the 'Riot Act' road
di Scott Mervis
Post Gazette | 25 Aprile 2003

Traduzione a cura di Angpo.

Il giorno del Pesce d’Aprile a Denver è stato ricco di eventi per i Pearl Jam, che hanno iniziato il loro Riot Act tour con quel genere di azioni che avrebbero potuto portare ad una rivolta di fronte al pubblico sbagliato. Il cantante Eddie Vedder, che ha appoggiato i verdi alle ultime elezioni presidenziali, ha colto l’occasione per indossare una maschera di Bush e di impalarla sull’asta di un microfono mentre cantava Bu$hleaguer, una canzone che descrive il presidente come “Nato in terza base e convinto invece di aver fatto un triplo”.

I media hanno riportato che i fan avrebbero fischiato e urlato e che dozzine avrebbero abbandonato il concerto in segno di protesta. I Pearl Jam hanno replicato dicendo che “E’ possibile che due dozzine se ne siano andate durante i bis, ma non si è notato visto che altri 11.976 applaudivano rumorosamente e si godevano la serata. Dire il contrario semplicemente appariva un titolo migliore.”

Il gruppo ha aggiunto che i giornali non hanno riportato che i commenti di Vedder dal palco erano inseriti in un contesto in cui lui parlava di libertà di espressione e che inoltre Vedder voleva riportare a casa i soldati sani e salvi. Tre settimane e due concerti in Texas dopo, le acque si sono calmate. “La prima settimana è stata ricca di eventi non del tutto piacevoli, ma il resto del tour invece è stato ricco di eventi positive,“ dice il bassista Jeff Ament. “Cerchiamo di concentrarci sul fare grandi concerti e grande musica. E’ per questo che siamo in tour.”

Il dialogo sulle politiche di Bush e sullo stato del mondo comunque continua tra i membri di questo gruppo così politicamente schietto e tra Vedder e i fan. “In momenti come questi tutti dovrebbero parlare e non essere spaventati di avere un’opinione,” dice Ament, “e continuare ad essere disponibili con la gente che potrebbe non essere d’accordo con te. Noi veniamo tutti da contesti differenti e abbiamo opinioni differenti su questo. Ma penso che Ed ci rappresenti tutti abbastanza bene.”
Dice Ament che guardando il pubblico “occasionalmente vedi qualcuno che ti fissa e che indossa una maglietta Bush-Cheney, e tutto quello che puoi fare è sorridere e dare tutto l’amore possibile a queste persone, perché non siamo là per fare incazzare la gente.”

Certamente i Pearl Jam hanno fatto moltissimo per compiacere i propri fan. Il gruppo di Seattle, che ha aiutato a lanciare il movimento giunge all’inizio degli anni ’90, si è evoluto dall’essere un gruppo ultrafamoso su MTV ad un gruppo di rock classico con vendite modeste e un seguito devoto. I membri del gruppo sono stati tra i più grandi ambasciatori del rock, aiutando con donazioni di tutti i tipi, combattendo Ticketmaster sul prezzo dei biglietti e costruendo un ponte tra le generazioni, sia lavorando con Neil Young che facendo discorsi di induzione alla Rock and Roll Hall of Fame. Il New York Times li ha recentemente chiamati “la quintessenza di un gruppo rork cresciuto.”
“Immagino che dovò leggere il resto dell’articolo per capire qual è il contesto,” dice Ament. “Ma mi sembra una buona cosa. Siamo in un mondo in cui i fan e il pubblico in generale vogliono vederti comportare da giovane e in un modo un po’ irresponsabile. Vogliono vedere i titoli dei giornali e vederti comportare come un idiota. La possibilità è che tu venda più dischi. Mi trovo bene nell’essere in un gruppo che forse sta infrangendo alcune di queste regole. Ti fa sentire bene lasciare che sia la musica a parlare e a combattere per le cose in cui crediamo.”

Se è la musica che parla, non lo sta facendo in modo molto rumoroso in questo periodo. Quello che una volta era un feroce quintetto si è accomodato in un suono, in Riot Act, che Rolling Stone ha accuratamente descritto come “stanco di proposito.” Il cambiamento maggiore è stato l’ammorbidimento di Vedder, i cui ruggiti sono stati copiati così tanto da far ammettere ad Ament che i loro primi dischi suonano quasi come una parodia del grunge.
Confrontando i Pearl Jam del 2003 con il gruppo così rabbioso del '92, Ament dice “penso che c’era un sacco di energia a quei tempi, ed era grandioso. Ma penso che ora c’è la stessa quantità di energia e di capacità musicale. Il che rende tutto più divertente per noi. L’altra cosa è che riusciamo a comunicare l’un l’altro ad un livello emotivo. E’ davvero più divertente suonare in un gruppo dove puoi fidarti di tutti e dove tutti davvero tengono agli altri.”

I contatti con gli altri membri del gruppo per Ament risalgono al 1984, quando formò con Stone Gossard e due dei Mudhoney il gruppo post punk dei Green River. Dopo che si sciolsero nel 1987, Ament e Gossard andarono nei Mother Love Bone, un gruppo che finì poco più che due anni dopo quando il cantante Andy Wood morì per overdose di eroina (cosa che portò al reclutamento di Vedder). Da allora Ament, che ha appena compiuto 40 anni, ha visto la maggior parte dei gruppi della sua vecchia scena, in particolare gli AIC e i Nirvana, autodistruggersi. A che cosa attribuisce l’istinto di sopravvivenza dei Pearl Jam?
“Quando hai visto abbastanza gente fottersi con la droga o rimanere imprigionata in quello stile di vita e bruciarsi, cominci a capire un po’ il quadro generale,” dice. “Hai visto abbastanza esempi da dire ‘Oh, non voglio finire così’ - che tutta questa parte prenda il sopravvento sulla musica e sulla creatività, per me queste sono sempre state le cose più importanti. Dici ‘se stasera esco e mi riduco male, domani sarò così sfatto da non essere in grado di tenere in mano la chitarra, non sarò in grado di essere creativo.’ Dopo un certo tempo capisci che la vita è troppo breve per sprecare troppi giorni in questo modo.
Anche se le vendite dei Pearl Jam sono calate dagli 11 milioni per l’album di debutto Ten a circa 1 milione per gli ultimi, Ament pensa che il gruppo non sia mai stato forte come ora.

“Penso che nessuno di noi voglia tornare ai tempi di quando vendevamo 10 milioni di dischi. Era un periodo davvero poco salutare, così caotico,” dice. “Ci piacerebbe vendere qualche disco in più. Penso che tu voglia sempre vendere più dischi. L’ultimo disco ci piaceva davvero e pensavamo che avremmo venduto qualche copia in più. Ma quando fai un tour e vengono 10-20.000 persone che cantano ogni canzone dici ‘Wow, non è normale.’ In un certo senso ci sentiamo grandi come e più di sempre.

 

BACK