Intervista al sito australiano Planet Rock, 14.02.2003

 

Grazie per la traduzione ad Acrobat.

D.: Ci parlate della faccenda dei bootlegs?

Matt: Penso che sia stata un’di Kelly (Curtis, il manager, NdA) inizialmente?
Stone: Credo di sì, abbiamo iniziato a registrare i nostri show parecchio tempo fa, l’idea di documentare i nostri concerti per poi fare un disco live. Poi abbiamo visto questi bootleg non ufficiali di bassa qualità molto costosi venduti su internet per 40-50 dollari, così abbiamo deciso di rendere pubblici i nostri. All’inizio l’idea era quella di renderli accessibili solo attraverso il sito web, poi la cosa è esplosa quando la casa discografica ci ha detto che voleva venderli anche attraverso i negozi, perchè altrimenti i negozianti si sarebbero offesi eccetera eccetera.
Adesso cerchiamo di tornare verso l’idea iniziale di internet, e la tecnologia oggi ci permette di mixare un concerto direttamente mentre questo si sta svolgendo, così risciamo a rendere disponibile la versione su cd di uno show due giorni dopo che questo è accaduto, e abbiamo pensato fosse una buona idea nel caso i fans venissero a sapere di un dato concerto e volessero sentirlo, e anche per noi, così da avere differenti versioni delle stesse canzoni, e magari fare un disco live più avanti...

D.: Quale è stata la chiave per la sopravvivenza dei Pearl Jam?
Matt: è bello poter prendere le distanze dal gruppo e poi tornare, aggiungere qualcosa di nuovo. Io sono entrato nel gruppo nel ’98 e come osservatore mi sembra che questi ragazzi siano una band e facciano musica per le ragioni giuste.

D.: Tutti hanno portato canzoni per la realizzazione di Riot Act?
Stone: Eddie è sempre stato favorevole al coinvolgere tutti nella realizzazione di un disco, e certamente lui ha le idee e in genere quando facciamo dischi lui fa un po’ strada, nel senso che se lui è veramente eccitato per qualcosa allora tutti cerchiamo di realizzarla, ma tutti avevamo idee e abbiamo portato i nostri demo, quindi le cose sono andate abbastanza bene secondo me.

D.: Come date una forma ai vostri dischi?
Stone: puoi avere tutte le idee del mondo su che disco vuoi fare, e credo che tutti noi avessimo le nostre, ma una volta che entri in studio e ti confronti con gli altri, la dinamica di come interagiamo gli uni con gli altri, e il fatto che questa cosa si sia sviluppata con il tempo, fa sì che cercare di controllare il processo sia un passo indietro in un certo senso, e il disco si formi da solo in realtà. Devi cercare di entrare nel processo con la mente aperta, pensare che le persone che sono con te sono tutti artisti e hanno tutti le loro idee su come vorrebbero che una canzone suonasse.

D.: Quanto cambia una canzone durante il processo di registrazione?
Matt: una volta che tutti hanno le loro parti e ne sono soddisfatti, la cosa va abbastanza veloce assume un aspetto corale, più da band che non da singolo individuo chiuso in uno studio che cerca di mettere insieme le cose
Stone: penso che per quella canzone (LBC? NdA) in particolare credo che l’abbiamo sentita in versione acustica la prima volta ed era un po’ più controllata, mentre una volta fatta con l’intera band le parti di Boom sono diventate più visibili e l’intera canzone è, come dire, cresciuta, e le parti di B3 sono diventate un po’ la caratteristica di quella canzone

D.: Chi è Boom e come ha contribuito a LoveBoatCaptain?
Matt: È in tour con noi e si sta adattando abbastanza bene. Credo che la canzone l’abbiano scritta lui e Ed, anche se non so chi abbia scritto cosa, ma credo che la canzone si sviluppi naturalmente attorno alle parti di organo. Nella versione originale c’era solo l’organo con questa chitarra in sottofondo...

D.: Che effetto ha avuto il festival di Roskilde sulla band?
Stone: è difficile da dire. Credo che tutti siamo stati devastati da quello che è successo in Danimarca. Ne parliamo spesso e la cosa è spesso nell’aria, ogni volta che suoniamo LBC la cosa compare nei nostri pensieri. Credo che la band recentemente abbia capito che continuare a fare la musica sia la cosa migliore da fare e questa è una cosa bellissima e credo che stiamo cercando di tornare a quella dimensione di amicizia e fratellanza e voglia di suonare musica per le persone e sentire gioia per questo ogni volta che facciamo un concerto.

D.: Il cartello “no crowd surfing” proviene dalla band o da chi organizza il concerto?
Stone: credo che sia una cosa abbastanza naturale visto che ora suoniamo solo negli stadi con posti assegnati, se inizi a saltare sulle sedie e atterri in testa alle persone è probabile che ti buttino fuori. Ma credo che ora possiamo permetterci di evitare i fastival. Abbiamo fatto alcuni grandi concerti davanti ad un sacco di persone e sono stati molto divertenti e potevi sentire la presenza del pubblico e il pubblico si divertiva. Ora però vogliamo dare l’opportunità alle persone di godersi un nostro concerto senza essere pigiati gli uni agli altri.

D.: C’è anche un lato casinista dei Pearl Jam?
Stone: credo che ogni giorno puoi vedere un lato diverso di questa band. Dipende dal tipo di interviste che facciamo, chi c’è con noi nel backstage, ma spesso facciamo gli scemi.
Matt: suonare dovrebbe essere divertente, non puoi essere sempre serio. Insomma, altrimenti farei il banchiere o cose del genere.

D.: Chi detiene il titolo di miglior giocatore di ping-pong tra i Pearl Jam?
Matt: in questo preciso momento è Jeff, il bassista.
Stone: davvero? Beh, recentemente è risalito parecchio in classifica, è migliorato molto. Ha un gioco non molto ortodosso, è difficile giocarci contro.
Matt: a volte gioca praticamente da sotto il tavolo
Stone: un sacco di effetti, di rotazioni strambe

D.: Fate molte prove prima dei tour
Matt: Sì
Stone: uno degli autisti è stato in tour con Tina Turner e dice che il suo gruppo faceva prove per sei settimane, che è certamente molto di più di quanto non facciamo noi, ed è molto vicino a quanto vorrei provare io, ma credo che alla fine se vai fuori e suoni 5-6 volte sei già a posto, magari non sarai sicurissimo su tutto ma fa parte del divertimento.