Pearl Jam Live A Denver, 01.04.2003

 

Pearl Jam's live experience shows
Former grunge darlings still draw a packed house

By Matt Sebastian, Camera Music Writer
April 2, 2003

Traduzione a cura della mitica Angpo.

Ad un certo punto, alla metà degli anni ’90, I pearl jam voltarono la schiena alla scena alternativa che avevano contribuito a creare, per trasformarsi in una versione più dura dei Grateful dead.
Rinunciando alla celebrità di MTv e alle enormi vendite di dischi, il gruppo levigò i propri concerti dal vivo, suonando un set diverso ogni sera, e pubblicando più dischi dal vivo in un anno di quanti i Dead abbiano fatto in tutta la loro vita.

La dedizione maniacale alle performance dal vivo non poteva non essere riconosciuta martedì sera in un Pepsi Center strapieno, dove I Pearl Jam si sono esibiti in un solido set di due ore che ha segnato l’apertura (Americana) del tour di Riot Act. L’età, non sorprendentemente, ha fatto maturare i Pearl Jam, trasformando il gruppo in una versione più gentile – anche se ancora potente – della band che esplose sulla scena musicale una dozzina d’anni fa.

Il front man Eddie Vedder, avendo sciolto I legacci dell’epoca del giunge, non si arrampica più sui tralicci, invece si concentra sempre di più sul suonare la chitarra, dando in effetti un contributo musicale, mentre prima era indossata più come un ornamento.

Anche il gruppo sembra meno incline a lanciarsi in lunghe jam, incalando invece la propria potenza in rock muscolari come Hail Hail e Corduroy. Il chitarrista Micke McCready si lascia andare solo poche volte, specialmente in Evenflow, con un assolo così lungo che Vedder ha il tempo di prendersi una pausa per una sigaretta.


Questo comunque non scoraggia il pubblico, che risponde a piena voce ed in modo fervente alle nuove canzoni di Riot Act quasi quanto ai vecchi successi come Black Go e all’emozionanti cover di Victoria Williams, Crazy Mary, e di Neil Young Rockin’ in the free world.

In maniera prevedibile, Vedder fa parecchi commenti contro la guerra, guadagnandosi parecchi applausi e qualche fischio. In modo più evidente, esce durante i bis indossando una giacca argentata e una maschera di Gorge Bush, trascinando il gruppo nell’offensiva Bushleaguer.


Il filo conduttore della notte comunque, è stato l’amore, introdotto fin dall’inizio e ripetuto da Vedder sia nei commenti che nelle canzoni per tutto il concerto. Il gruppo ha aperto con Love Boat Captain, il suo omaggio ai nove fan morti durante un festival europeo alcuni anni fa.

“Non è mai detto abbastanza,” canta Vedder con la sua severa voce baritonale, prendendo liberamente a prestito dai Beatles, “l’amore è tutto quello di cui hai bisogno/Tutto quello di cui hai bisogno è l’amore”


Il gruppo di supporto, le Sleater-Linney ha occupato il palco, davanti ad una piccola e per la maggior parte disinteressata folla, con un vigoroso set di penetrante, melodico e qualche volta pop, indie rock che vedder ha ripreso da un lato del palco.


“Faremmo finta di stare suonando al Bluebird e che voi vi siate distanziati,“ ha detto la chitarrista Carrie Brownstein. “E’ dove suoniamo di solito a Denver”

Anche so non abituate al grande spazio, il trio di Portland si è comunque acceso in una serie di canzoni dal loro acclamato album del 2002, One Oeat, terminando con una lunga esecuzione di “Call the doctor” che si è trasformata in “Dig me out”, una canzone che lo stesso Vedder avrebbe ripreso durante la canzone di chiusura Porch.