Traduzione a cura del grandissimo Alvaro del sito Black Circle.
"I Pearl Jam vogliono essere di nuovo amati"
Dopo un decennio un po' sottotono, la band ritorna con Riot Act alle
sue radici rock
By Steve Morse, Globe Staff, 11/3/2002
NEW YORK - Nell'ultimo decennio è sembrato che i Pearl Jam abbiano provato
con tutte le forze a restare in ombra - una cosa non facile per degli
artisti premiati più volte con dischi di platino.
Non sono scomparsi.
Ma questi sopravvissuti di Seattle, che hanno trovato il modo di scampare
alle tragedie capitate a Nirvana ed Alice in Chains, si sono avventurati
in un percorso sempre più sperimentale e costantemente in contratsto
con l'industria discografica.
Si sono rifiutati di realizzare video sullo stile MTV, hanno tentato
di evitare la distribuzione dei biglietti di Ticketmaster e hanno cercato
di suonare in posti non tradizionali. Qualche volta hanno pubblicato
singoli con scarso fascino commerciale, come l'insolita "Who You Are"
nel 1996 ("Abbiamo provato a destabilizzare il mercato discografico
con quella," ha dichiarato Eddie Vedder in una recente intervista).
Hanno infine realizzato sui loro ultimi tre album, "No Code", "Yield"
e "Binaural", una musica indulgente, intermedia, di attesa.
Anche i titoli degli album indicavano una band in rintanata.
Sono stati ricompensati con una diminuzione delle vendite fino a 700.000
copie per "Binaural". Non male per un gruppo rock medio, ma lontanissimo
dai quasi 9 milioni di copie del loro album di debutto,"Ten", vendute
all'inizio degli anni '90.
Ora arriva ''Riot Act,'' il nuovo disco che mostra un recupero - e con
orgoglio, almeno della potenza che li innalzò al top delle vendite dei
gruppi rock americani degli anni '90. In uscita il 12 Novembre, il disco
manda un rinvigorente messaggio hard rock a tutti quelli che pensavano
i Pearl Jam finiti. Ai fan dovrebbe piacere, le radio sembrano già felici
(il singolo "I Am Mine" è già un gran successo), e la scelta di tempo
è perfetta, perchè il gruppo, come un atleta professionista, si trova
all'ultimo anno di contratto. La sua etichetta, la Epic Records, dovrà
rifirmare un contratto con il gruppo o lo perderà dopo questo CD.
C'è anche da aspettarsi qualche grossa richiesta sul nuovo contratto
discografico dei Pearl Jam. "Vogliamo una fetta più grossa della torta,
perché al momento ne prendiamo una fettina molto piccola." dichiara
il bassista Jeff Ament.
Lui e I suoi compagni stanno parlando al Soho Grand Hotel di Manhattan,
dove hanno occupato parecchie suite(la deduzione è che la Epic li stia
trattando bene nella speranza di prolungare il contratto).
Che contrasto tra l'appartamento di lusso e il duro rock'n'roll da strada
del nuovo album, che per la prima volta dopo anni ritrova la band fortemente
impegnata a recuperare le sue radici di Seattle basate su ruvide chitarre.
"E' il disco con il suono più live che abbiamo mai realizzato in studio",
dice Eddie Vedder, seduto su un balcone, accendendosi una sigaretta
e prendendosi una pausa dalla lettura del suo giornale. "Molte canzoni
sono state registrate in un'unica ripresa."
E' un grido rinnovato per la credibilità del rock che era andata persa
e al tempo stesso un reminder dell'idealismo che ha contrassegnato il
miglior lavoro della band. Come l'emozionante e baritonale Vedder canta
nel nuovo singolo: ''There's no need to hide/We're safe tonight.''("non
c'è bisogno di nascondersi/siamo al sicuro questa notte."). In un altro
punto canta: ''There's just one word I believe in - and that's love.''
("C'è solo una parola in cui credo - ed è l'amore.")
''Riot Act'' non è solo l'ultimo capitolo dalla band che non ha mai
fatto il tutto esaurito (avete mai sentito una canzone dei Pearl Jam
in uno spot TV?) ma una potente affermazione di ritorno. Il titolo dell'album
implica "agiamo insieme" dice Ament. E, soprattutto, Vedder è di nuovo
al suo posto. Piange le ingiustizie del mondo, fa a fette il presidente
(la canzone "Bu$hleaguer" non sarà un successo alla casa bianca), lamenta
la tristezza dell'undici settembre, eppure trova speranza in canzoni
come "Ghost" e "Thumbing My Way," con la frase, ''No matter how cold
the winter, there's a springtime ahead.'' ("Non importa quanto è freddo
l'inverno, c'è una primavera più avanti."
"Eddie ha una vera coscienza sociale… è contro la guerra e l'intolleranza,
per questo abbiamo molto in comune," dice Howard Zinn, l'emerito professore
populista della Boston University, che è stato in giro con Vedder e
ha anche assistito ad una sessione di registrazione presso lo Studio
X di Seattle. Vedder in cambio ha letto il libro di Zinn, ''A People's
History of the United States,'' e lo considera la sua prima influenza
sui testi di alcune sue nuove canzoni di ragionata protesta.
Soprattutto, I Pearl Jam hanno mantenuto l'etica punk del prodotto fatto
in casa (il nuovo album è in parte dedicato alla legenda punk Dee Dee
Ramone). La band continua ad avere totale controllo nello studio e supervisiona
il progetto anche grafico dell'album. Inoltre con gesto radicale( e
con l'aiuto della sua etichetta), ha pubblicato i suoi bootleg dell'ultimo
tour. I Pearl Jam hanno realizzato i CD di 40 spettacoli vendendo tra
le 25.000 e le 30.000 copie ciascuno, totalizzando più di un milione
di copie complessive. I fan più accaniti dei Pearl Jam erano in paradiso.
I Pearl Jam possono essere simboli dell'idealismo rock, ma capiscono
che la musica è un business. "Non compriamo secondo il tipico sfarzo
del mondo dello spettacolo," dice il chitarrista Stone Gossard. "ma
allo stesso tempo siamo una band che vuole guadagnare soldi. E gli affari
sono una parte dell'equazione in cui ci troviamo. Non stiamo cercando
di rifiutare il business, piuttosto cerchiamo di fissare dei parametri,
come la quantità del tempo da dedicare ai media e cosa sei disposto
a fare pur di vendere il tuo disco. Credo che siamo già abbastanza felici
di quello che abbiamo ottenuto fino ad ora."
La maturità della band sta ovviamente crescendo e questa è la ragione
chiave della sopravvivenza dei Pearl Jam.
"Siamo tutti attorno ai 36 anni," dice Gossard. "C'è una evoluzione
naturale della gente che supera i 30, specialmente se sei stato in un
gruppo per così lungo tempo. Credo che abbiamo lasciato andare molto.
Siamo cresciuti per accettare le personalità di ognuno di noi e per
apprezzare alcune differenze. Credo proprio che siamo più equilibrati
emotivamente rispetto alle interazioni quotidiano che abbiamo tra di
noi. Credo sia un vantaggio per il proprio stile di vita. C'è stato
un periodo in cui eravamo tutti ubriachi fradici e fuori controllo.
A dispetto della loro mancanza di interesse nella creazione dell'immagine,
la combinazione dei Pearl Jam non è mai stata così compatta. E' stata
accentuata dal nuovo batterista Matt Cameron(ex- Soundgarden) e dal
recupero del chitarrista Mike McCready, che è sobrio e disintossicato
da quasi tre anni. I pearl Jam sanno di essere stati fortunati, specialmente
se guardano indietro ai processi auto distruttivi di Kurt Cobain dei
Nirvana(suicidio) e Layne Staley degli Alice in Chains(overdose di eroina).
"La morte di Layne mi ha fatto amare molto di più la vita," dice McCready,
che realizzò con Staley un disco nel progetto parallelo Mad Season.
"Non l'avevo più sentito negli ultimi tre o quattro anni. Avevo l'impressione
che sarebbe morto, ma non sapevo quando. Era un ragazzo dal cuore d'oro…
ma era diventato un vero recluso. Non sono rimasto scioccato dalla sua
morte, ma mi ha fatto riflettere sul mio problema dieci volte di più di quanto non faccia di solito.
"Ci rispettiamo moltissimo l'un l'altro," dice Vedder dei suoi compagni,
anche per gli amici di Seattle che non hanno permesso ai Pearl Jam di
assumere un atteggiamento. "C'è una movimento molto forte a Seattle
- che non ti permette di montarti troppo la testa. Posso ringraziare
specificamente i Mudhoney per questo e per aver smontato in maniera
spiritosa l'importanza che io stesso davo al nostro successo. Se chiami
la musica 'forma d'arte' come scritto intorno al braccio di Mark dei
Mudhoney, vuoi che sia rapidamente cancellato quell'osservazione dal
disco. Serve a mantenerti umile.
"Inoltre, siamo fortunati a non esserci persi nell'industria dello spettacolo
e delle celebrità. Siamo stati svezzati molto presto. Non ci divertivamo.
Non c'era niente di veramente concreto.''
This story ran on page N1 of the Boston Globe on 11/3/2002.
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