Pearl Jam: Atto Di Rivolta di Milena Ferrante (2003)

 

Luca mi ha chiesto di presentare Atto Di Rivolta e naturalmente lo faccio con grande piacere..

In queste ultime tre settimane ho ricevuto molti messaggi di ringraziamento a proposito del libro anche da parte di persone che non conosco nemmeno. Sono davvero sorpresa perché in effetti non me le merito poi così tanto. Se c'è una persona che si dovrebbe ringraziare questa non sono io. Sinceramente il pensiero di scrivere un libro sui Pearl Jam non mi è mai nemmeno passato per la mente.Ovvero, il mio sogno è sempre stato quello di scrivere sullamusica che amo, ma di certo non potevo pensare di metterle su carta stampata.Potevo farlo per me,sulla mia fanzine, ed ero (e sono) felicissima di poter dividere le mie impressioni con altri in quel contesto. L'idea di scrivere un libro non mi ha mai sfiorato nemmeno lontanamente. Se dobbiamo ringraziare qualcuno, quindi, questo è il curatore, Riccardo Bertoncelli, che mi ha convinto, nonostante la mia riluttanza iniziale e parecchi ripensamenti, a mettere mano al lavoro. Sapevo che non sarebbe stato facile, ma, alla fine, non ho saputo resistere alla tentazione. Ci sono altre persone che hanno lavorato con me, la redattrice Alessandra Capizzi, e il grafico, Enrico Albisetti, a cui si deve la ricerca iconografica, portata avanti con una passione e una professionalità non comune. Se il libro vi piace, lo si deve anche e soprattutto a loro.

Ovviamente, e contrariamente a quello che ognuno di voi, come fan dei Pearl Jam, possiate pensare, questo libro non è stato pensato solo per lo "zoccolo duro". Nel scriverlo avevo sicuramente in mente il fan ideale, ma non è solo a quello che il libro si rivolge. Doveva essere un lavoro per tutti, per chiunque avesse un minimo interesse ad approfondire la questione e anche per qualcuno che doveva ancora cominciare. Nel libro non c'è molto che il tipico fan dei Pearl Jam già non conosca, e del resto non può e non poteva non essere così. Come penso possiate capire, quando si scrive lo si fa con alcune limitazioni e all'interno di una struttura ben precisa, la scrittura a ruota libera non esiste. Del resto, le regole servono proprio per permettere a chi scrive di lavorare con un minimo di organizzazione mentale, senza la quale non si scriverebbe proprio niente.
E' indubbio che qualcuno si chieda: perché non ha parlato di questo? Perché quest'altro non è più ampio? Perché ha escluso questo? La risposta è una e una sola: lavorando all'interno di uno scheletro ben definito occorre fare delle scelte. Io ho fatto le mie, dettate a volte dalla necessità, a volte dal ragionamento, a volte giuste, a volte sbagliate, ma le ho fatte. Come ho spiegato nell'introduzione, potrei tornare indietro e chiedermi dove ho sbagliato, ma non mi sento di rinnegare nessuna delle scelte che ho fatto perché so che sono state frutto di una ponderata riflessione.

Dovendo, prima di tutto, scrivere una storia, ma non potendo scrivere tutta la storia, ho cercato di individuare i momenti salienti che per me hanno definito questa band nel bene e nel male. Il mio obiettivo era di trasmettere quella stessa vitalità che i Pearl Jam hanno espresso nella loro carriera e ispirare qualcuno a riprendere in mano i loro dischi, come altri hanno fatto con me in passato per la musica che amo.
E' indubbio che una storia come questa si intreccia con i dubbi personali e gli alti e bassi che mi hanno accompagnato dal momento in cui ho sentito per la prima volta un loro pezzo e ho comprato la prima rivista con il gruppo in copertina. Questi dubbi li ho trasmessi puntualmente nella narrazione e lascio a voi la riflessione finale. Come ho sempre sostenuto, amare un gruppo non significa sostenerlo incondizionatamente, ma saper coglierne le contraddizioni, e, in casi specifici, stigmatizzarle. I Pearl Jam non sono mai stati per me né oggi né in passato un mito da adorare. Sia per ragioni anagrafiche che per la mia tendenza naturale non li ho mai ritenuti infallibili come musicisti e come persone e continuo a pensarla così. Se devo criticarli, lo faccio e l'ho fatto anche nel libro.
Del resto non avevo nessun nume tutelare da celebrare. Questo libro è stato scritto in totale indipendenza e la Sony probabilmente sa a malapena che esiste. Non ho avuto nessun contatto con il gruppo né con il Ten Club né con nessun altro e se questo potrebbe sembrare una mancanza, credo che alla fine abbia giovato all'obiettività del lavoro.

La copertina e le foto che introducono le singole sezioni sono state acquisite da agenzia. Non ci sono, credo, foto inedite, salvo qualche raro caso, (come probabilmente avrete capito) per ragioni di copyright. Alcune foto hanno purtroppo prezzi proibitivi e se tutti noi possiamo tranquillamente goderne su internet, diverso è il caso quando finiscono su una pubblicazione a stampa. Ci sono però alcune riproduzioni di copertine di riviste ormai difficili da trovare, quindi spero siano motivo di curiosità.
Mi sono imposta di non consultare opere o fonti italiane sull'argomento per evitare di sfruttare il lavoro di altri. Mi sono invece servita di fonti originali raccolte nel corso degli anni o reperite su internet e devo moltissimo ai due libri che ho citato nella presentazione: quello di Kim Neely per lo straordinario lavoro di ricerca sul gruppo, quello di Gina Arnold per l'ispirazione e la passione con cui scrive. Se potete e non l'avete già fatto, recuperate il suo libro "On The Road To Nirvana" (esiste anche in edizione italiana): è una lettura del movimento indipendente dei tardi anni '80- primi '90 che vi affascinerà per la potenza della narrazione e l'altalena emotiva che lo percorre. Senza i gruppi e i musicisti di cui la Arnold parla e che stazionano tuttora in angoli ben remoti della memoria collettiva, dei Pearl Jam non avremmo probabilmente mai sentito parlare.
Una cosa di cui sono consapevole (e che penso farà arricciare il naso a qualcuno) è il fatto che, nel libro, le dichiarazioni di Eddie superano in ampiezza quelle di tutti gli altri. O almeno credo. Bene: appena avete un po' di tempo, provate a scrivere di un momento storico o di una tematica qualsiasi che riguardi il gruppo. Scoprirete che le rivelazioni più significative, vivaci e con un minimo di mordente sono quasi sempre sue. Perciò non prendetevela con me, ma con i soggetti in questione e, a volte, con gli intervistatori che lasciano gli altri…senza parole.
La parte a cui sono più legata è quella dell'analisi dei singoli dischi. Avevo l'occasione unica di dire quello che veramente pensavo e non me la sono lasciata sfuggire. Parlando con altri fan, ho scoperto di non essere propriamente in linea con i pensieri della maggioranza riguardo alla qualità di ogni album dei Pearl Jam. Ho detto la mia, probabilmente molto lontana dal pensiero comune, ma credo di averne dato ampie giustificazioni. Ho considerato ogni disco per il suo valore musicale, ideologico, emotivo al di là del suo significato rispetto al momento storico della sua uscita, convinta che un'opera debba sì rappresentare un'epoca ma in primis essere portatrice di contenuti che rimangano pregnanti nel tempo. In ogni caso, ho trattato ogni disco con il rispetto che si merita, che mi piacesse o no.

Io e il grafico che ha curato il libro siamo in attesa dei vostri commenti, soprattutto quelli negativi. So che ci saranno errori o cose che si potevano fare meglio.
Come ho già detto però, ce n'è una più importante di tutte. Quando scrivo, di qualunque cosa, mi piace pensare che qualcuno, leggendo, possa provare quello che ho provato io quando ho preso in mano la prima rivista musicale: chiedersi perché quell'artista non l'ho conosciuto prima, uscire e comprarmi un suo disco. Oppure ritrovare un po' di quella passione perduta, quella che penso tutti noi abbiamo provato dopo un concerto dei Pearl Jam e "passare all'azione". I Pearl Jam, per me, hanno significato tutto questo. Non mi restava quindi che restituire il favore. Non so se sono riuscita nell'intento, ma sono sicura, del resto, che i Pearl Jam potranno sempre farcela anche senza di me.

Grazie…..

Milena

(2003)