Intervista a Ed Vedder tratta dalla versione online di Rolling Stone

 

"Eddie Unabridged"

Pearl Jam singer speaks out about Eminem, Kurt and George W.

By David Fricke

Intervista della rivista Rolling Stone a Ed Vedder, 8 maggio 2003

Traduzione a cura della grandissima Angpo.

Per leggere un' altra parte dell' intervista a Ed Vedder, tratta dalla versione cartacea di Rolling Stone, clicca qui.

L’ultima volta che il cantante dei Pearl jam, Eddie Vedder parlò con Rolling Stone fu nell’autunno del 1993. Bill Clinton era alla casa bianca e Gorge W. Bush era nel baseball, copropietario dei Texas Ranger e lontano un anno dal suo primo mandato come governatore del texas. Seattle era la capitale mondiale del rock e vedder era il re non ufficiale – e non a suo agio – del mondo: il volto e la voce di un gruppo che aveva appena venduto quasi un milione di copie del suo secondo album, vs., nella prima settimana dall’uscita.
Dieci anni dopo, i Pearl Jam sono ancora una delle più grandi band rock. Hanno venduto più di 26 milioni di album nei loro 10 anni insieme; Vedder, i chitarristi Stone Gossard e Mike McCready, il bassista Jeff Ament e il batterista Matt Cameron rimangono anche una delle maggiori attrazioni dal vivo, offrendo in questo momento un concerto di due ore e mezza ogni sera nel loro tour americano di tre mesi. Ma Bush è il presidente; L’america è una nazione trasformata dal terrorismo, e divisa dalla guerra. E Vedder è diventato un bersaglio, una star ed un privato cittadino che è stato insultato pubblicamente per aver espresso la propria opposizione alla Guerra in Iraq e all’amministrazione Bush.

Durante la tappa di New Orleans, rifornito di caffè e sigarette, Vedder ha parlato in dettaglio delle sue avventure col diritto di espressione: specialmente durante la sera d’apertura a Denver, l’1 aprile, quando il rituale teatrale con la maschera di Bush e la canzone Bushleaguer, dal loro ultimo album Riot Act, finirono sulle prime pagine dei giornali e si attirarono le ire dei falchi dei talk show. Ma i risultati della nostra conversazione, pubblicati sul 923 di Rolling Stone, davano solo un suggerimento dei temi toccatti in modo più ampio: scrivere canzoni, Ticketmaster, l’ultimo Jeo Strummer, Ralph Nader, Eminem, lo stato di Seattlem l’arrivo della mezza età, il futuro dei Pearl Jam.

Questa intervista aspettava da 10 anni. Ecco altro di Eddie su tutto.

Quando e come hai scritto Bushleaguer?
Questa canzone è stata scritta quando eravamo ancora in Afghanistan. Io uso una vecchia macchina da scrivere. Quando entro in studio per cominciare un nuovo album, ho una busta della Federal Express piena di fogli battuti a macchina. Non ricordo nemmeno cosa ci sia su metà di essi. Poi suoniamo ed io scorro i fogli. Stone aveva una canzone, aveva il ritornello, la parte che riguardava i blackout ["Blackout weaves its way through the cities"]. Era durante la crisi energetica, i blackout in California, ed io ho cominciato a scrivere il testo. I versi erano molto musicali, davvero una bella chitarra e pensavo che volessero diventare una canzone. Non volevano certo essere rovinati da una qualche performance di parlato. (ride)

Ma tu lo hai fatto

Era l’ultimo giorno di una seduta di due settimane in studio, e volevo solo mettere qualcosa giù. Così ci ho provato e loro l’hannoa scoltata per un paio di settimane. Penso che avessero cominciato ad abituarsi. Però avevano ancora una richiesta: “Puoi provare un’altra volta? Puoi dire le stesse cose, ma cantandole?.” Alla fine si sono convinti.

Bushleaguer in un certo senso è una canzone abbastanza divertente. Stai sicuramente giocandoci.

Ero abbastanza sicuro con i punti chiave, le informazioni che ci sono dentro. E’ stata anche scritta con humor. Ed è in circolazione dallo scorso novembre, quando uscì Riot Act. Poi ‘abbiamo suonata in Giappone e Australia. E’ un dialogo: la musica rock può essere davvero un bel luogo di discussione. Sia che la gente sia d’accordo o meno, lo scopri là fuori ogni sera. Puoi capire se in florida la pensano in modo differente rispetto all’Ohio, alla California o all’Italia (vuol dire che viene?? ) semplicemente cantandola.

A Denver, hai anche parlato della Guerra in Iraq all’inizio del concerto, al che qualcuno tra il pubblico ha urlato: “Stai zitto!”

Era una donna dietro di me (fa un gesto dietro le spalle, dove sarebbe dovuta essere la galleria)

Eri sorpreso che qualcuno ti abbia davvero detto di stare zitto?

No, una volta che cominci è una cosa normale. Potresti parlare del papa e qualcuno ti direbbe di chiudere la bocca.

La tua risposta immediata, sul palco, fu molto più dura. (“Qualcuno ha detto di stare zitto? Non so se hai sentito parlare di quella cosa che si chiama libertà di parola, amico. Vale la pena di pensarci perché sta scomparendo…Noi continueremo ad usarla, e certamente io non chiederò scusa”)

Dipende dalla libertà di parola, e di come questa si rapporti al rock. Vorrei sperare che il rock non sia l’ultimo bastione della libertà di parola. Ma dovrebbe davvero essere protetta lì. E’ una cosa che non vorremo che succedesse – siamo un gruppo da 12 anni. Pensiamo di star suonado bene quanto non l’abbiamo mai fatto. CI siamo già passati, durante la lotta con Ticketmaster(nella metà degli anni 90) quando suonammo quei concerti di lacrime e sangue, dove costruivamo noi stessi i posti dove suonavamo. E fuori questo veniva rappresentato solo come una lotta contro ticketmaster, come se riguardasse solo i sovrapprezzi sui biglietti, e che non riguardasse la musica.

Anche I quei periodi difficili, eravamo ancora un gruppo. Bisogna comunque mantenere l’attenzione sulla musica, non su quale stronzata politica si sarà questa sera.

Sei sorpreso dal conservatorismo di alcune persone tra il vostro pubblico, considerando che storicamente la musica ha rappresentato valori non repubblicani—sesso droga e ribellione?

Questo mito per me è crollato quando ho saputo che Johnny Ramone era un repubblicano di quelli duri (ride). Dio lo benedica. E’ uno dei miei migliori amci.

Forse conservatore non è la parola giusta quando si parla dell’odierno punk rock. Compiacente potrebbe essere più appropriato.

Succede quando la musica diventa solo intrattenimento. Ed è lì che traccio la linea di divisione. Mike Watt (bassista, ex Minutemen) ha una visione differente. Sul suo passaporto, dove c’è scritto occupazione, lui non mette musicista, mette uomo di spettacolo . Questo perché lui è sicuro di quello che fa.

Non sei convinto di essere un uomo di spettacolo?

uomo di spettacolo è diventato sinonimo di celebrità. Ed io non mi sento una celebrità. Non finisco sulla copertina di People. Joan Rivers non parla di quello che indosso. Siamo stati abili nell’evitare la celebrità. Abbiamo fatto le nostre cose al di sotto del livello del radar. Forse ad un certo punto siamo stati delle celebrità, perché eravamo sempre in televisione. Ma abbiamo pensato: “Ok se questa è la celebrità, non scappiamo”. Per noi è stata un enorme, vacuo coniglio pasquale.

Come ti senti riguardo ai soldi che avete e state facendo?

Dicono che i soldi siano la causa di tutti i mali (citazione di Money dei Pink floyd). Io invece penso che “E’ incredibile. Puoi fare tante grandi cose coi soldi.” E non solo quello, ti danno il potere di dire NO, di non fare le cose che non vuoi fare. I soldi possono aiutarti ad essere più puro nel seguire i tuoi ideali, perché te lo puoi permettere.

Che cos’hai fatto con il tuo primo assegno che hai ricevuto per i diritti?

Ho comperato una casa a mia madre. (fa una pausa e poi ride) Non l’ho fatto! Vorrei averlo fatto. Mi sento ancora colpevole per quello. Mi sono comperato una tavola da surf nuova.

E’ una buona domanda. Ho speso il resto. Ma guido ancora il mio vecchio van di quando lavoravo alla stazione di servizio: un Toyota del 89, una cosa piccolo. Va ancora bene.

Ma non è solo i soldi che abbiamo fatto. Sono i soldi che abbiamo deciso di non fare, Come tenere bassi i prezzi dei biglietti e fare ogni cosa che fosse nelle nostre possibilità per mantenere i nostri concerti accessibili a tutti.

Negli anni 90 per alcuni anni non avete fatto tour in America perché non eravate in grado di battere, o aggirare ticketmaster sulla faccenda dei sovrapprezzi e dei diritti di vendita.

E’ stato un periodo duro. La cosa peggiore è che ci distolse dalla nostra musica. Così ci siamo certamente compromessi.

Vi siete sentiti sconfitti?

Nons confetti. Imparammo molto da quell’esperienza. Se qualcuno vuole farti tacere, può farlo. C’erano così tanti problemi – i prezzi pase dei biglietti, la percentuale sulle magliette (delle vendite all’interno dei palazzetti). Noi dicevamo:”Questo è quello che vogliamo far pagare. Significa un po’ meno per te, ma nache per noi. Lavoriamo insieme.”

Ci chiamò il dipartimento della giustizia. Ci dissero:” qual è la vostra esperienza con questi tizi? Stiamo indagando su di loro, perché pensiamo che ci sia un monopolio.” Abbiamo cercato di costruire una coalizione dei volenterosi (ride) (é l’espressione usata da bush) Ma ci hanno lasciati appesi all’amo. Abbiamo finito per spendere 80-100-000 dollari per investigare e per difenderci. Questa è una delle cose che abbiamo fatto coi nostri soldi.

Eravate così impegnati nella lotta con ticketmaster, che potreste aver perso più fan di quelli che avete guadagnato, perché siete stati per così tanto tempo senza fare concerti.

Potrebbe essere vero. Ma era anche il periodo seguente al suicidio di Kurt Cobain. (lunga pausa). Nove anni fa. (squote la testa). Cercavamo di sopravvivere. Volevamo avere la possibilità di continuare a suonare e di fare dischi. Dovevamo ritirarci.

Era il periodo in cui prendevamo solo una o due settimane tra I tour, o due settimane prima di tornare in studio di registrazione. Non sapevamo quanto fosse importante staccare. Lavoravamo duro; pensavamo che fosse la cosa da fare quando eri in un gruppo. Penso che avessimo ancora un grosso seguito. Ma questo non vuol dire che tu non possa staccare. E’ meglio che perdere la tua vita e le tue relazioni, o di dimenticarsi cosa vuol dire farsi il bucato da soli – mantenere una presa sulla realtà. Sembra divertente ora, ma a quei tempi era davvero un problema.

Pensi che l’aver appoggiato Nader nelle elezioni del 2000 abbia dato a Bush la presidenza?

E’ più facile assolvere noi stessi da questa colpa ricordando che Al gore doveva essere davvero un terribile candidato: non vincere come vicepresidente in carica, dopo 8 anni di economia in crescita; non essere stato in grado di vincere nel suo stato; non battere qualcuno che ha avuto in Texas dei risultati atroci per quanto riguarda l’ambiente e gli affari.

Ralph è sempre stato un attivista, tutto quello per cui ha combattuto, il fatto che è uno dei pochi eroi civici esistenti: non ce ne sono più. Non sono più permessi. Non sono abbastanza salaci. Quando sembra che ce ne sia bisogno, non si trovano. Era un’opportunità per votare con la propria coscienza. Non per il minore dei due mali.

Hai fatto propaganda al resto dei Pearl jam per convincerli a votare per lui?

E’ cominciata come una cosa mia, e loro mi hanno appoggiato. Hanno immaginato che stessi facendo i compiti. E’ stato interessante – uno per uno sono venuti da me. Ma la prima cosa che Ralph ha detto è stata:”Stiamo cercando soldi perché non accettiamo soft money (forma di finanziamento delle aziende, non direttamente al candidato, cosa che è proibita dalla legge, ma al partito, che poi paga la campagna al candidato). Non accettiamo soldi dalle grandi società. Se potessi contribuire i qualche modo sarebbe grandioso.” Io ho detto: “non solo lo faremo, ma farò in modo che tutti nel gruppo lo facciano..” Quindi ho fatto un assegno, ancora prima di parlarne con gli altri. Cos’ ho cominciato a ricevere telefonate:”Ho sentito di questa cosa. Dobbiamo parlarne.”

Come per dire “grazie di aver speso i nostri soldi.”

Sono stati davvero carini (ride).

Avete anche suonato per Nader?

No, i raduni non erano per quello. Era meglio presentarsi con la chitarra e
L’armonica. Pensavano che dovessi farlo io e mi andava bene. Era il faro della verità – E’ da dove ho visto uscire le cose vere. Era così al di sopra della retorica degli altri che era facile credere che stavi facendo certamente la cosa giusta. E la penso ancora così.

La gente veniva da me e mi diceva:”Sai, Nader non vincerà” Hey, sono cresciuto a Chicago – sono un tifoso dei Cubs (squadra di baseball di Chicago che non vince da un’eternità, tipo l’inter ) ci sono abituato.

Volevo chiederti di Joe Strummer. Quando lo scorso dicembre è morto, ho sentito che avrebbe dovuto aprire uno dei vostri concerti.

Si avevamo appena finalizzato i dettagli. Doveva essere nell’ultima tappa. Ora suoneranno i Buzzcocks. Penso che volesse saperne di più su di noi. Ha chiamto Pete (Townshend):”COnsa ne pensi?” Non ci conosceva.

La mattina del mio compleanno (23 dicembre) ho scoperto che era morto. E’ stata la prima telefonata che ho ricevuto quel giorno:”oh mi dispiace così tanto.” Io ho pensato:”per cosa?” “Joe Strummer”

Avevi mai visto i clash?

Li ho visti in un posto che si chiamava Golden Hall a San Diego. Mi diedero qualcosa da seguire dopo gli Who. Ho conosciuto gli Who molto presto. Avevo 10 o 11 anni – una babysitter porto Who’s Next. Ho passato 4 anni della mia giovinezza solo a seguire quel gruppo, tornando indietro alle cose più vecchie e poi a tutto quello che c’era in mezzo.

Ma I Clash – avevano delle vibrazioni così forti. Sono usciti con uno scopo. Erano un gruppo che faceva paura. Mi chiedo se noi, i Pearl jam abbiamo mai fatto paura. Perché tutti i grandi gruppi facevano un po’ paura. Mi ricordo quasi di essermi sentito a disagio con i Clash, che quella merda sarebbe potuta succedere davvero. Una rivoluzione avrebbe potuto cominciare proprio qui. Ci sarebbero stati degli spettatori innocenti feriti – ed uno di quelli avrei potuto essere io.

Che ne pensi di Eminem? Fa abbastanza paura per te?

Apprezzo la poesia nei suoi testi. Il modo in cui riesce a rendere le cose con le parole è assolutamente ispirato. Mi piace quando ci mette dentro delle informazioni. E quella canzone sulla lettera di un fan (Stan)- ci sono passato. Non fino al punto in cui finisce in una fossa. Ma nei primi tempi, rispondevo alle lettere. Loro mi riscrivevano:”Non posso credere che mi hai scritto, è una cosa bellissima.” Poi cinque lettere arrivavano mentre ero in tour, leggevo la quinta e era una cosa del tipo :”sfottuto figlio di puttana, sei come tutti gli altri. Pensavo che fossi grandi, ma fottiti, puttana delle corporation.” A quel punto ho deciso che non potevo star dietro a queste cose. Era impossibile.

I pearl jam hanno registrato e fatto un tour con Neil Young. Che cosa avete imparato da lui?

Una cosa che ho rubato a Neil è il suo modo di scrivere. Era così conscio di quello che dovevi fare per scrivere una canzone quando arrivava la scintilla. Se qualcosa ti colpisce, anche per solo una frazione di secondo, ferma tutto, e scrivi. Non devi scriverlo solo su un tovagliolo e, quando hai tempo, lavorarci sopra. Devi catturare e immortalare quel momento immediatamente. Questo spiega come faccia ad essere così prolifico.

Quale canzone dei Pearl jam è stata fatta in questo modo?

Thumbing my Way fu scritta davvero in fretta. C’è qualcosa nello scrivere rapidamente che mantiene la musica in uno stato puro. Non ci pensi come se fosse un compito. Pensi:”wow, mezz’ora spesa davvero bene.” C’è una gioa tangibile nel creare qualcosa che non c’era.

I Pearl Jam sono gli unici sopravvissuti dell’esplosione di Seattle nei primi anni ’90. Chi consideri essere i vostri pari ora?
I nostri pari sono soprattutto la gente ed i musicisti di Seattle. Che suonino ancora nelle loro vecchie band o meno, sono ancora nostri amici: Kurt Block (Fastback), Steve Turner (Mudhoney); Scott McCaughey (Young Fresh Fellows, Minus 5), Peter Buck (REM) che ora fanno parte di quella comunità. Noi siamo basati a Seattle, tutto quello che succede fuori non ci tocca davvero.

TI senti parte dell’industria musicale? Fai dischi, fai tour.

Apparentemente non vendiamo più tanti dischi, quindi forse non ne facciamo parte. Ed ora, letteralmente, non abbiamo un etichetta. E non c’è nessuna pressione per averne una.

Riot Act è stato il vostro ultimo disco del contratto con la Epic.

Si, così ora c’è questo senso di libertà, la libertà di cercare nuovi modi di fare musica che non seguano i formati classici: il modo in cui i dischi vengono fatti uscire, come la tempistica debba essere sincronizzata. Forse potremmo registrare tre canzoni, e farle uscire in un weekend in qualche modo o forma. E’ eccitante aver la possibilità di lavorare al di fuori delle trincee dell’industria. Non abbiamo ancora nessun piano specifico. Stiamo solo cominciando ad apprezzare la nostra libertà, e vedere dove ci porterà. E’ qualcosa per cui abbiamo lavorato. Cis’. Qualunque cosa accada ora, qualunque cattiva decisione venga presa nel futuro, sarà solo nostra.

Come descriveresti lo stato dei Pearl Jam in questo momento? Il gruppo è durato più di quello che avresti pensato o più di quello che avrebbe dovuto?

In un certo senso il tempo è volato. E se lo guardi in termini di musica, di quanto siamo soddisfatti della musica che abbiamo fatto, è davvero volato. E la qualità del materiale è ancora in crescita. dovremmo continuare? Sicuramente. Il motore gira bene, l’olio è stato controllato, l’acqua cambiata. Tutti fanno la loro parte e capiscono il proprio ruolo.

Ed i ruoli si sono allargati. Tutti portano canzoni. A questo punto, i Pearl Jam sono un collettivo in cui tutti possono suonare le proprie canzoni. E possiamo registrare queste canzoni in un giorno. Così nopn mi sembra che ci sia una qualche ragione per fermarsi.

L’altra sera, guardavo Mike McCready suonare. Penso che sia davvero uno dei chitarristi più sottovalutati in circolazione. E’ quello che nel gruppo è passato attraverso più cose, è caduto nella droga. Ed ha dovuto combatterla in due differenti momenti – e ne è uscito così forte. E’ l’arma segreta del gruppo. Non so se la gente che non ci ha mai visto sappia quanto la sua chitarra sia potente.

Guardare Mike e Stone suonare, sia in contrasto che in combinazione, è un esperienza elettrizzante. Stone è come se fosse il timone, in termini di riff e concentrazione. Aggiungete al mix Jeff e Matt ed è una combinazione sorprendente e dutarura quella che avrete.

Stiamo ancora cercando strade per allargarci: Aprirci e allo stesso tempo diventare più compatti. Quando abbiamo saputo che avremmo fatto un tour per Riot Act, non siamo semplicemente andati in giro a suonare delle canzono:”Vediamo cosa possiamo fare qui, per continuare a spingere.”

Questa è un’altra cosa che abbiamo imparato da Neil – Continuare a spingere le cose. Siamo andati a vedere Neil in uno dei suoi ultimi tour. Aveva Duck Dunn (basso) e Jim Keltner (batteria). Io e Jeff abbiamo parlato con loro e Jeff ha detto:”certe canzoni le avevate davvero in tasca, un groove diritto.” E loro:”No, no, no non dire così. Neil non vuole che siano ingessate. Prova sempre a spingerle.”

Neil Spinge sempre la sua musica, la tira, la cambia, noi non siamo ancora arrivati a quell punto. Ma immagino che è dove finiremo.

Hai compiuto 38 anni a dicembre. Ora guardi ai 40, un traguardo che molti dei tuoi eroi hanno dovuto affrontare: Neil, Pete Townshend, Bruce Springsteen. Hanno tutti colpito quel muro e hanno dovuto trovare un modo per superarlo. Sei pronto?

Sento che il nostro pubblico è cresciuto con noi. Ed alcune delle cose di cui parliamo ora penso le stiano affrontando anche loro. Cosa ne pensino i nuovi fan, o quelli più giovani non lo so. C’è una canzone su Who by Numbers che dice:”Quanti amici hai davvero?” (How many friends). Era scritta dal punto di vista di una persona famosa. E nonostante questo quel disco parlava completamente a me a 15 anni. Non so quanti anni avesse Pete quando scrisse Quadrophenia, prima dei 40 sicuramente. Ma si era concentrato sulla rabbia giovanile. Non penso che si possa fare molto meglio di così.

Mi posso vedere a suonare canzoni con l’ukulele e con la chitarra acustica ed invecchiare e capire i miei limiti, e non sentirmi in dovere di saltare per il palco ad una certa età – anche se il surf con un po’ di fortuna mi terrà in forma.

Ma sono sorpreso dalla durata del gruppo. Mi sembra una vita. Passare i 40 … è circa metà della vita- Quindi siamo solo a metà.